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L’Ilva e il “punto di non ritorno” del 16 settembre. I legali: “Poi via allo stop all’altoforno e sarà irrecuperabile”

Gli avvocati di Acciaierie d'Italia e Ilva in as chiedono una decisione rapida o bisognerà avviare lo spegnimento di Afo2: "Non si potrà più riaccendere senza danni e costi esorbitanti"
L’Ilva e il “punto di non ritorno” del 16 settembre. I legali: “Poi via allo stop all’altoforno e sarà irrecuperabile”
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Decidere entro il 16 settembre perché quel giorno è previsto “l’inizio del raffreddamento naturale” dell’altoforno 2, una sorta di punto di non ritorno che provocherebbe “danni gravissimi e irreversibili” agli impianti “tali da precluderne la possibile ripresa dell’attività produttiva”. È questo il succo della richiesta di Acciaierie d’Italia alla Corte d’Appello di Milano nell’istanza di sospensiva del decreto con cui gli stessi giudici milanesi hanno ordinato lo spegnimento dell’area a caldo dell’Ilva entro il 26 ottobre. Nel ricorso presentato chiedendo di sospendere la decisione presa dai magistrati a fine luglio, i legali di AdI – come anche quelli di Ilva in as – spiegano che esiste un “cronoprogramma” per lo spegnimento: “Prevede l’inizio del raffreddamento naturale dell’altoforno Afo1 (in realtà è il 2, ndr) per il 16 settembre 2026″, si legge nel testo.

Il danno sarebbe “grave e irreparabile”, spiegano, poiché di fatto l’area a caldo non potrebbe più essere riaccesa senza costi esorbitanti perché gli impianti verrebbero rovinati irrimediabilmente. I danni sarebbero “gravissimi e irreversibili”, così tanto “da precluderne la possibile ripresa dell’attività produttiva”, uno spazio lasciato dalla Corte all’impresa dopo la rimozione dell’amianto e la rimodulazione dell’Autorizzazione integrata ambientale. Uno scenario inverosimile, invece, secondo Acciaierie poiché l’altoforno non potrebbe più essere riacceso senza impegnare centinaia di milioni di euro in lavori di rifacimento. Un “livello di gravità tale da rendere la presente istanza di sospensione un rimedio indispensabile e urgente”. Da qui la richiesta di sentenziare rapidamente e la decisione della Corte milanese di fissare l’udienza il 9 settembre.

Alla base delle richieste di AdI c’è una relazione tecnica del Rina nella quale si parla del raffreddamento naturale come “l’inizio di una fase sostanzialmente irreversibile, che rende difficilmente praticabile la successiva ripartenza dell’impianto”. Insomma: “Rappresenta pertanto un punto di non ritorno”. Lo spegnimento dell’area a caldo nei tempi molto stretti imposti dal decreto “provocherebbe pertanto il danneggiamento strutturale e irreversibile di gran parte degli impianti – in particolare in seguito alla perdita di integrità della muratura refrattaria – a partire” dal 16 settembre, insistono i legali di AdI definendo l’applicazione del decreto con l’arresto dell’area a caldo “un pregiudizio irreversibile e gravissimo”.

Tra le motivazioni con le quali Acciaierie d’Italia e Ilva contestano il decreto, come anticipato nell’edizione odierna de La Gazzetta del Mezzogiorno, ci sono anche i danni all’occupazione, diretta e dell’indotto, con ripercussioni non solo a Taranto ma anche nelle province limitrofe e nelle città dove insistono gli altri impianti di Ilva. E ancora, secondo gli avvocati, sarebbe l’intera industria italiana a risentirne vista la “strategicità” di Ilva per intere filiere produttive che si basano sull’acciaio. Un concetto, quest’ultimo, che le due società hanno evidenziato anche nei due ricorsi presentati alla Corte di Cassazione.

Intanto, il governo ha convocato i sindacati a Palazzo Chigi per l’8 settembre, alla vigilia dell’udienza in Corte d’Appello. Va da sé, che non si tratterà di un incontro risolutivo per conoscere come procede la vendita, vista la mancanza di una decisione definitiva della magistratura sull’area a caldo. Anzi: vista la situazione in bilico e l’incertezza, è possibile che i commissari straordinari annuncino la possibilità di dover estendere la cassa integrazione dal 16 settembre a un numero maggiore dei 4.450 dipendenti attualmente coinvolti. Se poi invece i giudici dovessero sospendere l’efficacia del decreto dei loro colleghi, l’Ilva avrà guadagnato un altro po’ di tempo.

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