“Spenga il telefono”. Tre parole, pronunciate da Nanni Moretti nel buio della Sala Grande del Palazzo del Cinema, bastano a interrompere per qualche istante la proiezione di Succederà questa notte, il film con cui il regista e attore è tornato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dopo 37 anni. Non una scena prevista dal copione, ma un’irruzione nella realtà della sala. Moretti, seduto tra il pubblico, si accorge che uno spettatore continua a tenere acceso il cellulare. Aspetta. Lascia passare i titoli di testa, accompagnati dalla musica di Alberto Iglesias. Poi cominciano le prime scene, arrivano i dialoghi, ma quella luce resta accesa. “C’era una persona che dall’inizio della proiezione stava sul telefonino” ha raccontato il regista romano noto per la sua comprensibile intolleranza per i cellulari accessi. Qualcuno magari avrebbe voluto sentirgli dire anche: “Te lo devi ingoiare”.
La prima reazione è quella di chi prova a lasciar correre. “Siamo solo all’inizio” ha spiegato Moretti, ma il telefono non si spegne. E allora, dopo aver aspettato ancora qualche minuto, arriva la decisione: “E allora non ce l’ho fatta”. Il regista si alza, lascia la galleria e scende in platea. In maniche di camicia percorre il primo corridoio sulla destra, raggiunge lo spettatore e gli chiede di spegnere il dispositivo. Poi torna al suo posto. La proiezione può riprendere. Una manciata di secondi, ma abbastanza per sorprendere il pubblico e persino le maschere incaricate di controllare il comportamento degli spettatori. A pochi posti da Moretti c’è anche Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, che assiste alla scena.
Il giorno dopo, però, è lo stesso regista a trasformare quell’irritazione in un piccolo racconto di costume. Sollecitato dal presidente delle Giornate degli Autori, Francesco Martinotti, Moretti ha ricostruito davanti al pubblico l’episodio senza nascondere il fastidio. La platea della Sala Perla reagisce con un’ovazione. Un applauso che sembra andare oltre la semplice solidarietà nei confronti del regista: in gioco c’è anche una certa idea della sala cinematografica come luogo nel quale, almeno per la durata di un film, tutto il resto dovrebbe scomparire.