Cinema

Herzog più von Trier che Lynch, Bucking Fastard al Festival di Venezia tra genialità e macchinosità

Il regista bavarese porta in Concorso la storia surreale delle sorelle Hoolbroke, interpretate da Kate e Rooney Mara. Un film claudicante e disarticolato, ma attraversato a tratti dall’inconfondibile e misterioso alfabeto herzoghiano.

di Davide Turrini
Herzog più von Trier che Lynch, Bucking Fastard al Festival di Venezia tra genialità e macchinosità

“Non posso farvi uscire perché non siete mai entrate”. Dopo l’ennesimo film di Werner Herzog non si possono che allargare le braccia. Prego, si accomodi. Faccia quel che vuole. Anche se non ne azzecca più uno, di film, dal 2005 – Grizzly Man, giù il cappello – Müller lo chiamò al Festival di Venezia nel 2009 facendogli avere ben due slot in Concorso (due titoli totalmente dimenticati e dimenticabili) e l’anno scorso Barbera gli recapitò un Leone d’Oro alla Carriera, per carità meritatissimo se si pensa alla produzione selvaggia e garibaldina degli anni Settanta e Ottanta, mentre Fuori Concorso veniva proiettato il risibile documentario Ghost Elephants.

A Venezia 83, addirittura in Concorso, l’83enne bavarese porta il claudicante Bucking Fastard, dedicandolo, dopo un paio di pannelli introduttivi in nero, nientemeno che a David Lynch. Roba da far venir giù con gli applausi la sala Darsena del Lido. Dopodiché Bucking Fastard inizia come un courtroom movie, con le sorelle Jean e Joan Hoolbroke (Kate e Rooney Mara) sul banco degli imputati di un tribunale irlandese, ree di aver stalkerizzato, seppur goffamente, il ricco, avvenente e ubriacone vicino di casa mister Mulroney, un Orlando Bloom dall’accento irish al limite del parodico.

Per intenderci, le sorelle (“non gemelle!”) Hoolbroke rispondono alle accuse – e recitano per tutto il film – con le stesse parole, sovrapponendo le voci in una stupefacente sincronia, stando fisicamente appiccicate, vestendosi uguali e mostrando un sognante, surreale sentimento di amore cieco e spinto verso il bellimbusto. E visto che viene loro appioppato un ordine restrittivo, vengono come preservate nella loro purezza d’animo da un vecchietto che le fa trasferire, sempre a Dublino, in un appartamento in mezzo a carrelli e macchinari di un’industria in attività e, infine, da una zia che abita in campagna, rimasta vedova. Tutti i personaggi di questa disarticolata metafora sull’adattabilità sociale nella differenza sono chiaramente tratteggiati tra il favolistico e l’attonito, tra le volte del romanzo ottocentesco (Domhnall Gleeson, sorta di tutore e insegnante di vita e di postura) e i tratti più strambi della cosmologia herzoghiana più marginale.

Jean e Joan, in fondo, esistono solo sul piano inclinato non tanto dei doppi fondi e delle follie lynchiane, quanto in quello del sacrificio dei puri del cinema di Von Trier. Difficile, insomma, promuovere a capolavoro questo Bucking Fastard, che ha momenti di pesante macchinosità (certi dialoghi, signora mia) e di regia affaticata (i raccordi tra un blocco e l’altro, l’intero blocco in tribunale sembrano di pietra), ma anche di surreale genialità, come nell’introduzione in scena di una volpe (sarà vera? Con Herzog non dovrebbe esserci gran CGI o AI), a sua volta inserita dentro al quadro finale bucolico e naturalistico, più nelle corde estatiche e selvatiche del regista.

Le due protagoniste, del resto, sono figure naif, mai del tutto psicologicamente scolpite, dissociate più per gioco che per credo, insistentemente fuori da ogni diagonale della realtà, perché quella loro fuga gioiosa, vestite da sposa, dentro a grotte di stalattiti ha qualcosa di straordinariamente misterioso e irriverente che è proprio dell’inclassificabile alfabeto Herzog. È lui che ha cercato, scavato, dipinto un altro mondo possibile con il suo cinema, proprio come le sorelle Hoolbroke in Bucking Fastard cercano, dipingono, scavano un mondo “senza ordini restrittivi”, “persone che ti tagliano i capelli”, “dove le volpi non vengono cacciate e possono vivere”.

Ci si permetta una chiosa sulle sorelle Mara: e se fossero loro il punto debole del film? A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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