L’acqua e il vetro: la ricerca di Plessi negli ultimi anni - 4/4
Plessi aveva continuato a sperimentare anche negli ultimi anni. Nel 2026 aveva lavorato a Murano accanto ai maestri vetrai, confrontandosi per la prima volta con un materiale che inizialmente considerava distante dalla propria sensibilità. Poi era arrivata la scoperta. Il vetro gli aveva permesso di tornare ancora una volta all’acqua, questa volta attraverso oggetti sospesi tra materia e movimento. La mostra Perdersi in un bicchier d’acqua, allestita da Barovier&Toso Arte a Murano, si è conclusa il 21 giugno, appena due mesi prima della sua morte: “È stata una folgorazione”, aveva raccontato parlando di quel passaggio dall’acqua al vetro.
È forse questa la chiave per leggere l’intera carriera di Plessi: non la semplice celebrazione della tecnologia, ma la ricerca continua di un modo per trasformarla in qualcosa di umano. Dalla pittura ai videotape, dall’acqua al fuoco, dai monitor alle grandi installazioni luminose, fino al vetro di Murano, Plessi ha continuato a cercare materia dove apparentemente non ce n’era. E a Venezia, più che altrove, questa ricerca aveva trovato il suo luogo naturale: una città fatta d’acqua, luce, riflessi e memoria, che l’artista considerava parte integrante del proprio linguaggio.
Il suo lavoro lascia così un’eredità che va oltre la videoarte. Plessi ha mostrato che uno schermo può essere una materia, che un’immagine può avere un peso e che la tecnologia, se viene attraversata dalla sensibilità dell’artista, può smettere di essere soltanto tecnologia e diventare poesia.