È morto a 86 anni Fabrizio Plessi, uno degli artisti italiani che più hanno contribuito a cambiare il modo di guardare alla tecnologia nell’arte. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940 e cresciuto artisticamente a Venezia, Plessi ha attraversato oltre mezzo secolo di ricerca facendo dialogare acqua, fuoco, luce, schermi e materiali industriali. È scomparso il 23 agosto 2026 a Dolo, nel Veneziano, la città che aveva scelto come luogo d’elezione.
La sua storia artistica era cominciata dalla pittura, ma già alla fine degli anni Sessanta Plessi aveva spostato il proprio interesse verso l’acqua, trasformandola in un tema ricorrente e quasi ossessivo. Nel 1973, al Centro Attività Visive di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, aveva realizzato i primi videotape. Negli anni successivi il video sarebbe diventato sempre più centrale nella sua ricerca, fino alla presentazione della sua opera al Centre Pompidou di Parigi nel 1982. M
a definire Plessi semplicemente un videoartista è forse riduttivo. Lui stesso non amava quell’etichetta. In un’intervista a La Repubblica ricordava che aveva contribuito a coniare il termine “videoinstallazione”, ma aggiungeva: “Michelangelo sarebbe un marmoartista?”.
Era una distinzione importante. Per Plessi lo schermo non doveva limitarsi a mostrare qualcosa: poteva diventare esso stesso materia dell’opera. L’acqua che scorreva sui monitor, il fuoco, la lava e le cascate digitali non erano semplici immagini della natura, ma tentativi di ricrearne la forza attraverso la luce e l’elettronica.