Fabrizio Plessi: dalla Biennale al mondo - 2/4
Il riconoscimento internazionale arrivò negli anni Ottanta. Nel 1986 Plessi rappresentò l’Italia alla Biennale di Venezia con “Bronx”, mentre l’anno successivo presentò a Roma “Documenta 8” di Kassel, consolidando la propria fama internazionale. Nel corso della carriera avrebbe esposto nei principali musei e rassegne internazionali, dal Guggenheim Museum di New York al Centre Pompidou di Parigi. Nel 2000 arrivò uno dei suoi progetti più spettacolari: Mare Verticale, realizzato per il padiglione italiano all’Expo di Hannover. Una struttura alta 44 metri trasformava un grande schermo LED in una sorta di onda elettronica in movimento. Un anno dopo, a Venezia, Waterfire portò acqua e fuoco sulla facciata del Museo Correr.
Era la poetica di Plessi: prendere qualcosa di primordiale e apparentemente lontanissimo dalla tecnologia e ricrearlo attraverso la tecnologia stessa. Plessi non vedeva il digitale come il contrario della materia, ma come qualcosa di capace di produrre una nuova forma di immaterialità. “La tecnologia non esiste. Esiste solo come la usiamo”, aveva spiegato nell’intervista a La Repubblica, aggiungendo che, se non saremo noi a dominarla, sarà la tecnologia a farlo.
Da qui arrivava anche una delle sue idee più originali: il digitale poteva essere spirituale. I pixel, la luce e le immagini elettroniche non avevano consistenza fisica, e proprio per questo potevano avvicinarsi, secondo Plessi, alla dimensione dello spirito. “Io disegno la luce, disegno le idee”, aveva raccontato parlando del suo lavoro quotidiano.