Riccardo Braglia: "Ero abituato a girare il mondo e mi sentivo quasi immortale" - 5/5
Uomo abituato al controllo assoluto e ai ritmi globali (“Ero abituato a girare il mondo e mi sentivo quasi immortale“), la malattia ha azzerato le sue sicurezze, insegnandogli il valore della fragilità e l’importanza di fidarsi del personale medico. “Prima ero molto accentratore: volevo controllare tutto. Ho imparato a delegare ai collaboratori, a rinunciare al controllo e, in un certo senso, a diventare invisibile, a non essere più indispensabile”.
Nonostante la profonda fede religiosa, la disperazione fisica ha generato momenti di cedimento estremo. “Una volta non ne potevo più e ho detto: ‘Buon Dio, portami via’”, confessa Braglia. “Poi un amico mi ha portato una lettera di Papa Francesco. L’ho vissuta come un segno e una risposta: il Pontefice voleva ricordarmi che c’era qualcosa di più grande a cui dovevo tendere”. Un altro ancoraggio alla vita è arrivato dall’ascolto del dolore altrui: “Dalla camera accanto sentivo il pianto continuo di una ragazza. Anche lei stava male, aveva perso la mamma e il papà e non riceveva visite. Mi sono detto che non potevo crollare, anche per rispetto verso chi stava peggio di me”.
Rientrato progressivamente nella sua quotidianità aziendale, oggi si dedica anche alla sua fondazione in Africa, con l’obiettivo di garantire istruzione a centomila bambini. A chi definisce la malattia un “dono”, Braglia preferisce rispondere con un’immagine più realista: “Non so se definirla un dono. Preferisco parlare di un cammino nel deserto. Nel deserto il caldo è insopportabile, è difficile sopravvivere, si fanno due passi avanti e uno indietro. Ma ci sono anche delle oasi dove ci si può fermare e ristorare. La malattia può aiutare a scoprire quelle oasi, a trovare qualcosa di prezioso che si ha dentro e che non si ha mai avuto il tempo o la necessità di scoprire”.