La diagnosi in videochiamata per Riccardo Braglia e il terrore dell'abbandono - 3/5
L’inizio del calvario medico ha coinciso con il periodo pandemico da Covid-19, complicando le dinamiche familiari: “La prima cosa che mi sono chiesto è stata: come lo dico a mia moglie e ai miei figli?“, ricorda l’imprenditore. “Volevano trasferirmi in Ematologia, ma ho chiesto di aspettare: volevo parlare prima con mia moglie. È stato molto duro: di solito le comunicavo il mio amore, in quel momento invece dovevo darle una notizia dolorosa”.
Il momento più difficile è stato comunicare la notizia al resto della famiglia e ai dipendenti. “Lei è tornata a casa, ha riunito i nostri quattro figli e ci siamo collegati tutti in videochiamata. Mi chiedevano: ‘Ce la farai oppure no?’, ‘Tornerai a casa?’. Pochi giorni dopo ho informato anche i miei collaboratori, tutti insieme, con una videocall con circa 150 persone. C’era la possibilità concreta che io potessi non esserci più. Erano commossi: ricordo gli schermi che, uno dopo l’altro, si spegnevano”.
Le prime notti in reparto sono state segnate dall’insonnia. Il vero timore di Braglia non era la fine, ma l’assenza. “Avevo paura di soffrire, di abbandonare i miei figli, di lasciare mia moglie sola, di non poter vedere i miei nipoti. Non avevo paura della morte in sé, quanto di tutto quello che avrei lasciato. Le prime notti non ho dormito: ero attanagliato dalla paura”.