Penso che ogni cosa della vita possa essere descritta con un verso di Guccini
di Sofia Lo Mascolo
Io non so parlare di Guccini, se non del modo in cui lui ha parlato a me.
Non ci sono cresciuta insieme. Non era nei cd che ascoltavo in macchina con i miei genitori, e in quell’isola troppo lontana dalle storie di partigiani ed eroi giovani e belli il suo nome non era, per così dire, di casa.
Me lo ricordo alla perfezione quando Francesco Guccini è entrato nella mia vita: era l’estate dei miei 17 anni, erano le quattro del mattino e mangiavo gelato in preda a una catastrofe adolescenziale, che oggi mi fa sorridere ma ai tempi mi immobilizzava. Fissavo il vuoto davanti a quello che pareva il dispiegarsi di una tragedia, e nel frattempo cercavo conforto nelle parole di un amico a cui chiesi un consiglio musicale per quella notte insonne, qualcosa che mi facesse sentire meno sola.
“In realtà quando sono amareggiato ascolto Guccini. Tipo L’avvelenata. Tra l’altro sono le quattro del mattino e se ascolti la canzone capisci cosa intendo”. Dopo dieci minuti mi sono addormentata.
Non mi era mai capitato che una canzone mi parlasse come aveva fatto L’avvelenata quella notte. E nessuno mi ha mai più parlato come ha fatto Guccini, perché poi il punto di quel legame viscerale è un po’ quello: la parola giusta che arriva diretta, senza intermediazioni. E siccome di parole per parlare di Guccini non ne avrò mai abbastanza, negli anni ho affinato la tecnica fino ad arrivare a una sola frase, sintetica, che restituisce il senso di quello che vorrei dire: “Sono convinta che qualsiasi cosa della vita possa essere descritta con un verso delle sue canzoni”.
Perché Guccini, prima ancora che un cantautore, falso, vero, stronzo, ubriacone, poeta o buffone, era un sarto: aveva la capacità di cucire un vestito di parole addosso a ogni circostanza, ogni sensazione, ogni vicenda di ogni fase della vita.
Guccini non ha mai dato interpretazioni, non ha mai offerto risposte. La sensazione era che prima di tutto ascoltasse, sentisse, e poi tirasse fuori una frase, a volte solo poche parole, che avvolgeva quello stato d’animo in un abito su misura, della misura necessaria in quel momento: aderenza perfetta quando le parole mancavano, un po’ oversize quando erano un fiume in piena e cercavano una casa che potesse contenerle tutte. Negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te: ma lui è stato l’unico a trovarmi sempre anche quando non volevo essere cercata.
Guccini ha dato forma e parole a un pensiero che stavo maturando mentre crescevo con sospetto e fede nel mondo curioso dei grandi, e cioè che un culto non ha bisogno di un dio per incatenare. A non credere in ciò che spesso viene mascherato con la fede: i miti eterni della patria o dell’eroe, le soluzioni facili, i punti fermi a cui aggrapparsi ciecamente senza mettere in dubbio ciò che si presenta con il volto più rassicurante dell’istituzione, di una divisa, della sicurezza. A non abbandonarmi a tutte quelle facili religioni laiche, che poi forse sono una morte un po’ peggiore.
E così ho deciso di parlare di questo nella mia tesina di maturità, poi nelle mie due tesi di laurea, poi nel mio lavoro e nel modo in cui ho scelto di abitare il mondo. In ogni stagione della vita, per usare un termine caro al Maestrone, quest’idea ha trovato una forma per aiutarmi a non guardare le cose in bianco e nero, a muovermi tra i grigi. Dai manichei che ti urlano: “O con noi o traditore”: libera, libera, libera, libera nos Domine.
E poi i luoghi. Era capace di dipingerli come se ci avesse vissuto tutta la vita, di ritrarne l’anima prima ancora delle strade e delle piazze. Mi ha accompagnata in tutti quelli che ho abitato, li ha saputi descrivere tutti a modo suo. Non potrò mai dimenticare quel giorno in cui, davanti a Venezia devastata dall’acqua alta il mio secondo anno di università, pensai che però non ti puoi risvegliare con l’acqua alla gola e un dolore al livello del mare.
E poi la Piccola città che si attraversava in venti minuti da una parte a quell’altra in quell’Emilia che negli ultimi anni ho imparato a chiamare casa. Ma anche l’America, quella nazione di bigotti che lo ha spinto a chiedersi se vi siano idee per cui valga restare lì in prigione. Guccini ha saputo muoversi tra l’amore e l’ideale, tra la letteratura e l’osteria: ha narrato Odisseo e Don Chisciotte, la morte del Che, Auschwitz, Piazza Alimonda, e poi ha cantato il greppe dell’Appennino e i mille cieli sopra a un continente.
Francesco ha attraversato il suo tempo senza pretendere di interpretarlo, è stato politico senza fare politica, si è lanciato a bomba contro l’ingiustizia senza mai avere la pretesa di dire che a canzoni si fan rivoluzioni. Eppure le ha fatte, senza saperlo. Come quella sera nell’agosto dei miei 17 anni, in tante occasioni mi sono sentita meno sola grazie a lui. In Guccini mi sono rivista tante volte, per la mia rabbia antica per cui mi servono giganti e per la sigaretta o penna nella mia destra, due oggetti che parlano di me in un modo così immediato che se l’avessi detto io mi sarebbe parso quasi banale.
Mi ha insegnato a non stare mai zitta, perché il silenzio è uguale a morte. Guccini, l’anarchico e l’idealista, l’emiliano concreto della Fiera di San Lazzaro e il poeta del tempo che è un valzer decisamente di sinistra. Un soggetto multiforme che, a differenza dei miei pensieri, non ha mai chiesto un abito che gli sembrasse cucito addosso. Un Eskimo innocente, un paltò, anche solo Quattro stracci.
In questi anni ho sempre detto che, se avessi potuto realizzare un solo desiderio nella vita, avrei voluto incontrarlo e poterci parlare. Giusto per ringraziarlo, anche perché “noi due non mangiamo mica le tagliatelle insieme”, come disse a una persona che gli si era avvicinata trattandolo come un amico. Ero troppo piccola quando andava ancora in giro ad aprire i concerti con Canzone per un’amica e a chiuderli con La Locomotiva, senza mai concedere un bis.
Mi sono chiesta tante volte dove sarei stata in questo momento così temuto, come avrei reagito, cosa avrei fatto. Adesso quel giorno è arrivato e io ero in una redazione, a inseguire quel sogno per cui così tante volte mi sono sentita dare dell’idealista, della pazza, della masochista. Ancora oggi Guccini mi accompagna in un percorso forse accidentato, non lineare, che non mi arricchisce e non mi conviene. Ma forse è anche grazie a lui se ho la rivolta tra le dita, e soldi in tasca niente: e allora, quando ho appreso la notizia dal luogo in cui mi sono trovata per assecondare quell’idealismo, ho pensato che non avrei potuto essere in un posto migliore.
Non so come andrà a finire, se quel sogno lo realizzerò, ma Guccini mi ha regalato la serenità per dire che, dati causa e pretesto, senza dubbio farei lo stesso.
Mi sento un po’ più sola, in questo giorno e in questa tristezza che mi ha avvolta come miele. Un punto di riferimento non c’è più, ma i suoi versi continueranno a cantare la mia vita, ad avvolgere i miei pensieri, a cucire le parole giuste per la mia e la nostra esistenza. Sperando che almeno lui abbia trovato un posto dove non soffriremo, e tutto sarà giusto.
E oggi, nel giorno della fine triste della partita, non posso che dire: Farewell, Francesco, e ti perdono. Mi hai davvero portato via un poco d’estate.