"Vorremmo semplicemente avere la possibilità di vivere con dignità" - 2/5
“Vorremmo semplicemente avere la possibilità di vivere con dignità”
Alessandro Coltella – Ho 37 anni, sono infermiere e ho conseguito la laurea presso l’Università La Sapienza di Roma. Subito dopo la laurea, ho iniziato un corso di lingua tedesca da zero, offerto dall’ospedale tedesco in collaborazione con un’agenzia interinale. Durante il corso, l’agenzia ha convertito il mio titolo accademico e lo ha convalidato per lavorare in Germania. Dopo otto mesi, ho iniziato a lavorare con un contratto a tempo indeterminato e sono in Germania da sette anni. Dopo i primi due anni, l’ospedale mi ha offerto una specializzazione gratuita, e dopo un altro anno, ne ho conseguita una seconda, sempre a titolo gratuito. Attualmente, il mio stipendio da infermiere è più del doppio di quello di un infermiere italiano. Ho inoltre avuto la possibilità di cambiare reparto a mio piacimento, senza concorsi interni o “liste”.
Pietro Cionfoli – Ho 29 anni e lavoro da quando ne avevo 19. Anche la mia compagna lavora, ma ogni mese i nostri stipendi si esauriscono completamente. Non facciamo vacanze, non abbiamo hobby costosi, non spendiamo in feste, vestiti firmati o altri lussi. I soldi finiscono semplicemente tra affitto, spesa, condominio, bollette e tasse. Vivere a Roma significa pagare cifre altissime soltanto per avere un tetto sopra la testa, purtroppo anche in periferia, dove spesso i servizi sono quasi completamente insufficienti. Il problema della casa è diventato centrale nella nostra vita: paghiamo un affitto che, sulla carta, potrebbe corrispondere alla rata di un mutuo, ma non riusciamo in alcun modo a mettere da parte i risparmi necessari per acquistare un’abitazione. Non possiamo nemmeno contare su un aiuto familiare: i miei genitori non hanno la possibilità di sostenermi economicamente perché vivono a loro volta delle difficoltà e, anzi, spesso sono loro ad avere bisogno di aiuto. Il risultato è un circolo chiuso dal quale sembra impossibile uscire. Ogni mese si riparte da zero, senza riuscire a costruire alcuna sicurezza. Si lavora per sopravvivere, non per vivere, perché ormai anche andare in vacanza è diventato un lusso, uscire è diventato un lusso, fare sport è diventato un lusso e persino curarsi è diventato un lusso. Nonostante dieci anni di lavoro e un percorso di studi completato, la sensazione è quella di non aver compiuto alcun passo avanti reale. A Roma, come in molte altre parti d’Italia, il valore del titolo di studio sembra quasi annullato: gli stipendi restano bassi, mentre il costo della vita continua a crescere in maniera sproporzionata. Non esiste un vero riconoscimento per chi ha studiato e spesso si distinguono persino le lauree tra titoli di serie A e titoli di serie C. Non stiamo parlando di pretese o di una vita agiata. Vorremmo semplicemente avere la possibilità di vivere con dignità, mettere qualcosa da parte e immaginare un domani: costruire una famiglia, condurre una vita tranquilla e, magari, possedere una casa, come accade più facilmente in molti altri Paesi. Oggi, invece, anche solo pensare al futuro diventa difficile. Chi può davvero pensare di mettere al mondo un bambino in un Paese come questo, senza una casa, senza stabilità e con questa incertezza costante?
Donatella Martini – Ho due figli laureati in materie umanistiche che sono stati criticati per aver scelto materie prive di sbocco lavorativo. Uno vive da 10 anni a Londra dove lavora in un college in qualità di manager. Il suo lavoro è apprezzato e riconosciuto. Anche dal punto di vista economico ha grandi soddisfazioni. L’altro, dopo il conseguimento di un dottorato, sta valutando gli scenari possibili in Italia. Occorre, da parte del governo, agire concretamente per poter permettere ai giovani di restare “nel bel paese” tanto osannato che non valorizza la meritocrazia e non riconosce chi studia e si applica giorno dopo giorno.
Daniela Germinara – A 44 anni mi sono trasferita in Germania. Sono venuta qui 15 anni fa. In Italia per 4 anni ho avuto un’attività commerciale che ho dovuto chiudere, nonostante lavorassi parecchio, per i troppi debiti. In Germania sono rinata, ho avuto da subito uno stipendio che mi ha permesso di ripagare i debiti, e di avere una vita degna di questo nome. Non sono mai rimasta senza lavoro e sono stata sempre valorizzata come lavoratrice e come persona. Con il mio stipendio mi pago l’affitto e riesco anche a risparmiare qualcosa, cosa impensabile in Italia. Non mi sono mai pentita neanche per un secondo di essermene andata e non tornerei. E ogni volta che torno trovo solo cambiamenti in peggio. Non ci vuole coraggio ad andarsene ma a rimanere.
Silvia Olivi – Ho due lauree, di cui una magistrale, e diversi attestati. Per qualche tempo ho anche lavorato. Con retribuzioni discutibili, tanto che guadagnavo meno di mio marito e mio fratello che facevano lavori per cui non era richiesta la laurea ma ho comunque lavorato. Ma ho commesso un errore gravissimo, almeno agli occhi del mio Paese: ho figliato, più volte e senza neanche avere la grazia di farmi dei figli sani. Ora sono (orgogliosamente) caregiver e mamma a tempo pieno ma non posso permettermi il lusso di lavorare fuori casa. Per non cadere in depressione e non sentirmi un fallimento totale, quando posso faccio volontariato negli ambiti in cui mi sono formata ma non posso permettermi un impegno lavorativo costante. Forse, se non fossi diventata mamma, avrei potuto continuare a lavorare per guadagnarmi la sopravvivenza (perché con lo stipendio che prendevo di certo non potevo aspirare a molto più che, appunto, una sopravvivenza) ma essendo il costo di nido e baby sitter maggiore rispetto a quanto guadagnassi, ho dovuto demordere e, viste le fragilità dei miei figli, non sono mai riuscita a ripartire. Non c’è giorno che non vorrei essere un cervello di fuga. Ma senza adeguati risparmi e con una famiglia numerosa, mio marito non se la sente di mollare tutto e ricominciare altrove. Quindi, cara Ministra, questo paese non solo ha un sistema di welfare e inclusione lavorativa arcaici ma riesce a far vivere la maternità come una colpa da scontare e la laurea più un fattore di frustrazione e/o precarietà che non una reale possibilità di realizzazione. Quanto vorrei poter scrivere queste parole da un altro Stato.