Ingegnere a Cambridge. “In Italia il prof mi aveva proposto di pagarmi sottobanco. Qui ringraziano per il lavoro che faccio”
L’episodio che Emiliano Testa ricorda meglio non si svolge in un laboratorio del Politecnico di Torino, ma nell’abitacolo di un’auto, bloccata nel traffico. È il 2012. Sta tornando insieme al professore con cui lavora come ricercatore dopo una giornata di prove sul campo. A un certo punto arriva la frase che cambia il corso della sua vita. “Mi disse: ‘L’università non può rinnovarti il contratto perché hai solo la laurea triennale. Male che vada ti pago sottobanco’. Non era una proposta ufficiale dell’università, ma del professore con cui collaboravo. Ricordo di avergli risposto: ‘Non è accettabile’. Lui mi disse: ‘E cos’altro vuoi che faccia?’. Io non sapevo se mettermi a ridere o a piangere”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Emiliano oggi ha 43 anni e vive a Cambridge, in Inghilterra. Fa l’ingegnere software e guadagna quasi 100mila sterline lorde all’anno. Ma quando lasciò l’Italia, quattordici anni fa, la situazione era ben diversa.
Laurea triennale in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino, sei anni da ricercatore e uno stipendio che era cresciuto lentamente da circa 500 a 1.200 euro netti al mese. Quella conversazione in macchina segnò il punto di non ritorno. A spingerlo definitivamente verso l’estero fu anche la fidanzata dell’epoca. “Quando le raccontai quello che era successo mi guardò e disse: ‘Andiamo all’estero. Con le tue capacità puoi fare molto meglio'”. Non si limitò a incoraggiarlo. Prese una rivista specializzata di tecnologia, compilò un elenco di circa 150 aziende e, nel corso di un fine settimana, inviò il curriculum di Emiliano a tutte. Le risposte arrivarono da diversi Paesi europei. Ungheria, Polonia, Spagna e soprattutto Regno Unito. “L’Ungheria ci offrì un lavoro, ma ci chiedemmo se fossimo davvero pronti a imparare una lingua così difficile. Lei sperava soprattutto nella Germania, ma non arrivò nessuna proposta. Così puntammo sull’Inghilterra”. Il colloquio resta uno dei ricordi più vividi. Due giorni in hotel, tutto apparentemente organizzato dall’azienda. O almeno così sembrava. “Alla reception mi dissero che dovevo pagare la camera. Sul conto avevo circa 150 euro in tutto. O pagavo l’albergo o il taxi per tornare in aeroporto. Ero davvero arrivato a quel punto. Poi ci fu un malinteso e mi restituirono i soldi, ma ricordo perfettamente l’ansia di quelle ore”.