Dalle porte e finestre dipinte a mano di casa sua (“Li ho fatti io. Sono una buona pittrice. Avrei voluto fare l’Accademia delle Belle arti ma mio padre me lo impedì”), Bianca Pitzorno si racconta sulle pagine de La Stampa con una schiettezza assoluta, lontana da qualsiasi diplomazia letteraria. Reduce dal terzo posto al Premio Strega con il romanzo La Sonnambula (Bompiani) — il libro più venduto della sestina con ben 90mila copie — la scrittrice ha ripercorso la sua vita privata e la sua prolifica carriera editoriale in un’intervista in cui trovano spazio abitudini goliardiche, insospettabili doti divinatorie e giudizi taglienti sui colleghi scrittori.
Nel salotto della sua casa milanese, accanto alle foto di famiglia, spicca un collage di Marx, Engels e Darwin: “Sono i miei maestri”, spiega. “E siccome dicono che noi comunisti siamo rimasti in quattro gatti, ho appiccicato anche qualche micetto“. Ma il fulcro della sua socialità resta la Sardegna, dove torna regolarmente. “Domani partirò per la Sardegna, dove sono nata e cresciuta, e ho una casa, a Sassari, dove torno per le vacanze e per ospitare più gente che si può: ci sono otto letti”, racconta Pitzorno, svelando un’abitudine inaspettata per le sue estati: “Vedo ancora le mie compagne di scuola, quelle ancora vive, facciamo le cene di classe come nel romanzo di Mari ma senza riffa. Faccio dei pigiama party con le mie amiche”.