Cartelle, la riscossione non decolla. Cosa dicono i dati e perché servono più poteri per recuperare i crediti fiscali
La riforma della riscossione messa in campo dal governo Meloni nell’ambito della delega fiscale servirà a poco se all’amministrazione non verranno dati più strumenti per recuperare i crediti. È il messaggio che emerge dal capitolo dedicato alle “attività di competenza dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione” del giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato della Corte dei conti. Le tabelle della relazione mostrano ancora una volta come sia ridotta al lumicino la capacità di trasformare gli accertamenti in incassi effettivi. Le rateazioni continuano ad aumentare ma chi le richiede spesso mette di pagare, così come i contribuenti che aderiscono alle “rottamazioni” care alla Lega, quelle che abbuonano sanzioni e interessi: l’incasso finale si ferma sempre a una piccola parte dell’introito previsto. E l’esecuzione forzata, pur in miglioramento dal post Covid, ha ancora il fiato corto.
Non a caso la Corte torna a chiedere un rafforzamento delle procedure di riscossione coattiva, troppo poco incisive a fronte di un magazzino delle cartelle esattoriali che continua a espandersi e ha ormai toccato quota 1.331 miliardi di euro. Effetto del fatto che negli ultimi ventisei anni, mediamente, lo Stato è riuscito a recuperare solo il 14,7% dei crediti affidati. Per capire perché tanti crediti dello Stato restino inesigibili bisogna guardare a quello che succede dopo l’accertamento: quando il contribuente sceglie se pagare, chiedere una rateazione oppure ignorare la cartella. È in questa fase che si decide se quei crediti si trasformeranno in soldi per l’erario oppure finiranno per alimentare ulteriormente quella montagna sempre più alta.

Il boom delle rateazioni
Nel 2025 l’AdER ha incassato 16,8 miliardi, di cui 12,3 dall’attività ordinaria e 4,5 miliardi dalle definizioni agevolate. La quota più consistente continua ad arrivare dalle rateazioni, che hanno garantito 6,46 miliardi di euro. Negli ultimi anni il ricorso alle dilazioni è cresciuto senza sosta. Alla fine del 2025 risultavano attivi 7.072.996 piani di rateazione, per un valore complessivo di 63,5 miliardi di euro. Nel 2020 erano poco più di quattro milioni e valevano circa 32 miliardi. In cinque anni, dunque, l’importo delle somme rateizzate è praticamente raddoppiato. Nel solo 2025 sono stati riscossi 6,463 miliardi di euro di riscossioni, la voce più consistente dell’intera attività dell’AdER. Ma il rovescio della medaglia è che le rateazioni revocate dall’avvio dell’attività dell’Agenzia sono state 9,88 milioni, per un valore complessivo di 189 miliardi di euro, con un incremento di quasi un milione di posizioni rispetto al 2024. Tradotto: milioni di contribuenti hanno ottenuto una dilazione ma non l’hanno rispettata e sono tornati nella platea dei debitori.
Per la Corte il fenomeno pone un problema strutturale. “Le richieste di rateazione alla riscossione”, osserva, vanno “in buona parte ricollegate al fenomeno degli omessi versamenti di imposte dichiarate rilevate attraverso le procedure di liquidazione automatizzata, fenomeno che, per la parte poi riscossa, ha finito per attribuire all’Agente della riscossione un improprio ruolo di ente di concessione di credito in assenza di garanzie e senza alcuna valutazione preventiva in merito alla solvibilità del debitore”. Tradotto: in condizioni che una banca o una finanziaria non accetterebbe mai. Eppure la riforma varata dal governo Meloni ha ulteriormente allargato le maglie, consentendo a chi dichiara di essere in difficoltà economiche (anche senza provarlo) di poter spalmare i propri debiti su 108 rate che salgono a 120 nel caso si possa documentare di non essere in grado di pagare. Misure che dovrebbero tutelare i contribuenti fragili ma sono evidentemente una manna per gli evasori incalliti.
Per i maxi ruoli sale il rischio di non rivedere i soldi
C’è poi un dato che preoccupa la Corte. I crediti di importo più elevato sono anche quelli che si recuperano con maggiore difficoltà. Nel quadriennio 2022-2025, oltre il 60% del valore dei nuovi carichi affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha riguardato debiti superiori a 100mila euro. Eppure circa due terzi delle somme effettivamente incassate provengono da ruoli di importo inferiore a quella soglia, e quelli che la superano pesano mediamente solo per il 33,1% del riscosso. Datti che fanno “presumere l’esistenza di diffuse condotte di insolvenza preordinata, che le attuali procedure di gestione del rapporto tributario non riescono a intercettare preventivamente né a contrastare con successo”. Un richiamo che rafforza la richiesta di dotare l’Agenzia di strumenti più incisivi per recuperare i crediti di importo maggiore.
Il bilancio fallimentare delle rottamazioni
Le “definizioni agevolate”, meglio note come rottamazioni, approvate dal 2016 a oggi hanno totalizzato oltre 7,5 milioni di domande. Tutte sono finite malissimo per l’erario, che ha sempre incassato una frazione del gettito sperato. La relazione riassume ancora una volta i dati. Le prime tre edizioni, volute dai governi Renzi, Gentiloni e Conte, stando alle rispettive relazioni tecniche avrebbero dovuto garantire il rientro di 58,4 miliardi di euro totali. Ma a fine 2025 gli omessi versamenti accumulati ammontavano a 36,4 miliardi: 10,5 miliardi per la prima rottamazione, 6,3 miliardi per la rottamazione-bis e 19,6 miliardi per la rottamazione-ter. In altre parole, è rimasto scoperto circa il 62% delle somme che lo Stato prevedeva di incassare. La Rottamazione-quater introdotta con la legge di Bilancio 2023 del governo Meloni ha poi coinvolto 3,05 milioni di contribuenti che hanno chiesto di definire cartelle per un importo lordo di 97,4 miliardi di euro. Era atteso un incasso monstre di 52,8 miliardi. A fine 2025, gli incassi effettivi si fermavano a 16,3 miliardi e risultavano già 10,546 miliardi di rate scadute e non versate. La riapertura dei termini per i contribuenti decaduti non ha ovviamente eliminato il problema: la riammissione, che vale 6,1 miliardi di gettito potenziale, ha già registrato nel primo anno 929 milioni di rate scadute e non versate, a fronte di 432 milioni effettivamente riscossi.
Dai pignoramenti di stipendi, pensioni e crediti 1,7 miliardi
La relazione contiene poi una fotografia molto dettagliata dell’utilizzo e dell’efficacia delle diverse procedure che l’Agenzia può mettere in campo per recuperare il dovuto. Rispetto al 2022 il quadro in generale è migliorato, perché in quell’anno l’azione dell’Agenzia è stata ancora condizionata dallo smaltimento dell’arretrato che si era accumulato con il Covid e dalle adesioni alla Rottamazione quater.
Il primo gradino è rappresentato dagli avvisi di intimazione, una sorta di ultimo sollecito formale inviato a chi, dopo aver ricevuto la cartella, continua a non pagare. L’atto concede cinque giorni per saldare il debito prima dell’avvio di procedure esecutive. Nel 2025 ne sono stati notificati 9,1 milioni, più di qualsiasi altra azione. Anche se il loro indice di efficacia è appena del 6,8%, l’enorme numero di atti emessi ha consentito di recuperare 1,84 miliardi di euro, il risultato economico più elevato tra tutte le singole azioni di riscossione e in netto aumento sul 2024. Sono invece molto più efficaci (47,2% dei casi) i pignoramenti di beni mobili registrati come auto e moto. Sono di gran lunga l’azione più efficace in termini percentuali: 47,2%. Ma se ne fanno pochi – appena 13.999 nel 2025 – e il recupero va di conseguenza: 67,6 milioni di euro. Dieci volte meno dei preavvisi di fermo amministrativo, la comunicazione con cui il fisco avverte il contribuente che, se non pagherà entro 30 giorni, verrà iscritto il fermo sul veicolo. Nel 2025 ne sono stati inviati 853mila e hanno portato a riscossioni per 632 milioni di euro.
Tra gli strumenti più muscolari spicca il pignoramento presso terzi, quello che colpisce stipendi, pensioni, conti correnti o crediti vantati nei confronti di clienti (con limiti severi, per esempio non possono superare il 20% dello stipendio). Nel 2025 ne sono stati eseguiti 757.462, con un indice di efficacia del 22,1%. Il numero di procedure e gli importi mediamente più consistenti hanno consentito di recuperare quasi 1,7 miliardi di euro, contro gli 1,3 dell’anno prima, facendone il principale strumento di riscossione coattiva. In fondo alla graduatoria ci sono invece le procedure immobiliari. I pignoramenti immobiliari sono stati appena 207 in tutto il 2025, con un indice di efficacia del 3,8% e riscossioni per appena 4,4 milioni di euro. Del resto l’Agenzia della Riscossione non può pignorare la prima casa se è l’unico immobile del debitore, è adibita ad abitazione principale e non è di lusso. E l’espropriazione può essere avviata solo oltre determinate soglie di debito e dopo l’iscrizione di ipoteca.
Di qui il nuovo invito della Corte a mettere mano alle norme per rafforzare le procedure esecutive: rivedere le regole sul pignoramento immobiliare e mobiliare, rafforzare quello presso terzi – ad esempio estendendo la procedura speciale anche ai crediti pensionistici – e superare le incertezze che oggi rendono “sostanzialmente inefficace” una parte consistente dei fermi amministrativi. Secondo i magistrati, molti veicoli sottoposti a fermo continuano infatti a circolare oppure vengono abbandonati, svuotando di fatto la misura della sua funzione di pressione sul debitore.
La riforma della riscossione spuntata
Osservazioni che arrivano mentre sta andando a regime la riforma della riscossione prevista dalla delega fiscale del governo Meloni. Il decreto legislativo 110 del 2024 ha introdotto un nuovo meccanismo di discarico automatico dei crediti affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione dopo cinque anni, demandando poi all’ente creditore la decisione se tentare ulteriori recuperi. Per il pregresso la commissione nominata dal Mef con l’incarico di esaminare il magazzino fiscale ha suggerito di avviare il discarico partendo dai crediti giuridicamente non più esigibili, pari a 338 miliardi di euro, a cui sommare quelli “con remote prospettive di riscossione” del periodo 2000-2010, che ammontano a 70 miliardi. Quindi andrebbero mandati al macero ruoli per oltre 400 miliardi.
La magistratura contabile tra le righe avverte che quelle mosse serviranno a poco per migliorare le performance del sistema se non si metterà mano, come richiesto anche dalla commissione nominata dal Mef di esaminare il magazzino fiscale, alla “insufficiente incisività delle procedure di riscossione coattiva, che ha reso per diversi aspetti deteriore la posizione del creditore pubblico rispetto a quella del creditore privato”.