Per diverso tempo, a partire dal 2000, a Milano “sushi” era quasi sinonimo di Nobu (e pochi altri ristoranti). Nobu come lo chef, Nobu Matsuhisa, che oggi racconta al Corriere della Sera del legame con chi quel ristorante lo volle fortemente, Giorgio Armani: “Abbiamo inaugurato qui a Milano nel 2000, quasi 26 anni fa (…). Ogni volta che venivo, lui scendeva a salutarmi nel pomeriggio, tra le 5 e le 6. Oggi lui non c’è e mi manca molto. Era una leggenda, mi ha insegnato tanto”.
Il signor Armani, racconta lo chef, aveva “un’attenzione maniacale al dettaglio. Cercava la perfezione. Io ho imparato questo da lui: a migliorare sempre, anche le cose più piccole”. Si va dal primo ricordo, quando era stato chiamato a “cucinare durante una sfilata nel teatro Armani progettato da Tadao Ando nell’ex fabbrica della Nestlé di via Bergognone, oggi quartier generale dell’azienda” e lo stilista chiese di vederlo: “Faccio un cenno di saluto veloce e continuo a lavorare. Nessuno mi suggerì che era meglio fermarsi, darsi una ripulita e stringere la mano! Però lui capì perfettamente il momento. E infatti dopo abbiamo guardato la sfilata insieme. Non siamo mai stati di grandi parole ma ci intendevamo. Come quando gli proposi l’idea di istituire il divieto di fumo nel nostro locale di Milano”.
Il racconto è ricco, dal ricordo di come, assieme a Giorgio Armani, Nobu decise di fare del ristorante milanese un “locale senza fumo cinque anni prima dell’entrata in vigore delle legge” alla consapevolezza di avere fatto davvero conoscere il sushi in Italia e fino a una considerazione: “A me non piacciono le persone che evitano certi piatti però mi rendo conto che il crudo è particolare: può dare fastidio a chi non è nato in Giappone. Dopo di che, è solo una questione mentale: viene associato all’idea dell’odore sgradevole di pesce. Erroneamente: il crudo, se freschissimo, non ha odore“.
Si parla anche di vita privata: nato nel 1949 a Saitama e rimasto orfano di padre a soli 8 anni, oggi è considerato uno degli chef più influenti al mondo e guida un impero di oltre 60 ristoranti ma non è stata sempre facile e al quotidiano di Via Solferino racconta del percorso che lo ha portato da Tokyo all’Argentina e poi all’Alaska dove aprì un ristorante che però fu distrutto da un incendio: “Quel momento fu terribile. Ero così disperato e depresso che pensai al suicidio. Fu la vicinanza della mia famiglia a salvarmi”.
Ancora, il primo Nobu aperto nel 1994 a New York con Robert De Niro e il successo, con la previsione di nuove aperture nel mondo, “un Nobu hotel a Madrid, l’anno prossimo al Cairo”. E quanto alla sua forma fisica , visibile anche dai post social, a 77 anni, confessa: “Vivo a Los Angeles e quando posso scappo nella mia casa di Hakone, in Giappone: lì non voglio vedere nessuno, sto nella natura, osservo l’oceano. Ma 10 mesi all’anno sono in viaggio, per visitare i miei ristoranti, quindi cerco il più possibile di condurre una vita sana. La mattina, per esempio, mi piace fare una colazione salata con uova bollite per 6 minuti, pomodori, olio d’oliva, cetrioli, ricotta, avocado. Solo sapori naturali. Ma più importante della dieta è l’esercizio fisico”.