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“A 4 anni ero già in discoteca a ballare Heather Parisi. Per Doja Cat la mia pagina Instagram è la Bibbia”: il dj dietro il profilo cult Disco Bambino si racconta

Dai pomeriggi passati nelle discoteche di paese a imitare Heather Parisi fino al nuovo singolo “Dancing Without You” con Sophie Ellis-Bextor e Nile Rodgers: il produttore e dj amato anche dalle star internazionali parla a “FQMagazine” del successo del suo progetto “Disco Bambino

di Emanuele Corbo
“A 4 anni ero già in discoteca a ballare Heather Parisi. Per Doja Cat la mia pagina Instagram è la Bibbia”: il dj dietro il profilo cult Disco Bambino si racconta

C’è chi lo conosce per il suo profilo Instagram da quasi 400mila follower, chi per i dj set tra New York e gli eventi più esclusivi, chi ancora per la newsletter Italian Disco Stories o per le sue produzioni musicali. Ma “Disco Bambino” è soprattutto un universo che tiene insieme musica, televisione, moda e design, riportando sotto i riflettori quell’immaginario italiano compreso tra il 1975 e il 1985 che continua a ispirare artisti e creativi di tutto il mondo. Non solo un’operazione nostalgia, ma un ponte tra passato e presente, capace di mostrare quanto quella stagione di sperimentazione sia ancora viva nella cultura pop contemporanea. A FQMagazine Giuseppe Savoni, questo il suo vero nome, racconta la forza della disco music italiana e il nuovo singolo Dancing Without You realizzato con Sophie Ellis-Bextor e Nile Rodgers.

Che cosa ha rappresentato l’Italia a cavallo tra gli anni ’70 e ’80?
Un laboratorio di sperimentazione sotto tutti i punti di vista. Il terremoto sociale e culturale di quei tempi, dagli anni di piombo alle proteste fino all’introduzione del divorzio, spingeva gli artisti a creare un mondo di evasione lontano dalla realtà quotidiana. La tv voleva distrarre e portare gli spettatori in una dimensione di sogno.

E che cosa può dire oggi a tutti noi?
La gente trova ancora rifugio in quelle immagini e in quella musica perché stiamo vivendo un momento storico-politico non troppo diverso dagli anni ’70. Il periodo in questione, inoltre, acquista ancora più valore perché oggi trionfa il politically correct, per cui certe cose non si possono dire o fare. Quell’immaginario, invece, era libero nel linguaggio, nel modo di presentarsi al pubblico, di creare una canzone o mettere in piedi una trasmissione televisiva.

È per questo che la musica italiana di quel decennio sembra essere ancora così rilevante?
C’era una libertà molto genuina, non studiata, che tuttora ha un certo appeal sulle generazioni di oggi, abituate invece a un’omologazione sia a livello sonoro che di tematiche.

Era una musica molto carnale nei testi.
L’arrivo della cultura disco in Italia è proprio la celebrazione del carnale. La discoteca era il posto in cui ognuno poteva essere chi voleva. In quegli anni i giovani perdono completamente la fiducia nello Stato, abbandonano le proteste e le lotte preferendo rifugiarsi nei club. Non a caso in Italia vengono lanciate campagne contro le discoteche, e la cultura della disco music viene vista come l’inizio del decadimento del buongusto.

Che cosa sognava quel bambino che anni dopo si sarebbe fatto chiamare Disco Bambino?
Di essere in qualche modo coinvolto in quel mondo. Cantare e ballare erano per me le espressioni più naturali già a 4 anni. Mia madre racconta spesso che non ho mai chiesto un giocattolo, solo dischi. Sono stato fortunato: nonostante fossero persone semplici, i miei genitori hanno capito che la mia era una passione da coltivare. Mi hanno fatto studiare canto, pianoforte e danza in un contesto non semplice come la Bari della fine degli anni ’70. I miei coetanei giocavano a calcio, io ero la mosca bianca. Ho subìto bullismo per questo ma non mi ha mai traumatizzato, perché la mia testa e il cuore erano sempre tra i dischi, la tv, la musica e il ballo. Quel mondo mi ha salvato.

È vero che frequentavi la discoteca già a quell’età?
Soprattutto nel weekend mamma e papà, dovendo lavorare, mi lasciavano con i miei cugini che avevano 16-17 anni e mi portavano alle discoteche di paese il sabato e la domenica pomeriggio. Per me era come una festa di carnevale. Ero la mascotte di tutti quei ragazzi che si divertivano a vedermi fare gli stessi passi di Heather Parisi in “Disco bambina” o della Rettore in “Splendido Splendente”.

E come sei arrivato da Bitonto a New York?
Sognavo di andarci sin da quando ero piccolissimo e vedevo la città nei videoclip musicali. A mia madre dicevo sempre: “Quella è casa mia, un giorno vivrò lì”. Ho avuto l’occasione di andarci due volte da ragazzo e durante una vacanza nel ’97 ho costruito una rete di amicizie che mi ha permesso di iniziare piccole collaborazioni con produttori americani. Una volta tornato a Bari, mentre studiavo marketing, facevo 3 mesi in Italia e 3 in America. Non era una situazione sostenibile a lungo, e a quel punto ho deciso di trasferirmi a New York.

Suoni spesso a eventi pieni di celebrities. Ti è mai capitato che qualche vip si strappasse i capelli sentendo un pezzo, che so, di Malgioglio?
Effettivamente spesso li vedo “shazammare” o chiedermi che cosa sto suonando, e mi capita anche quando parte “Io, la pantera” proprio di Cristiano Malgioglio. È una canzone pazzesca del 1979 dall’album “Sbucciami”, e la gente pensa sia “Dancer” di Gino Soccio, perché le somiglia. Quello che noto è che durante i miei dj set avviene un’opera di seduzione sonora nei confronti di chi ascolta.

“La gente pensa che la musica dance sia superficiale, ma si sbaglia. La pista da ballo non è solo un luogo, è una soglia, è il luogo in cui entri in contatto con le tue ferite, con la tua fragilità”. Sei d’accordo con queste parole di Madonna?
Completamente. È un concetto di dancefloor molto spirituale. Quando balli ti lasci andare e fai cadere le corazze che ti sei costruito per difenderti. In quel momento di nudità affronti anche le tue ferite. La musica dance non è necessariamente sempre evasione. C’è molto di più oltre la superficie, ed è proprio questa complessità che a me ancora oggi affascina.

Anche il tuo ultimo singolo, Dancing Without You, nato dalla collaborazione con Sophie Ellis-Bextor, sembra raccontare questa idea di pista da ballo come luogo emotivo.
Le ho fatto ascoltare il demo e le è piaciuto tantissimo. Ha voluto scrivere il testo attingendo alla propria esperienza e, senza saperlo, ha raccontato la storia delle dive italiane che mi hanno cresciuto. Donne come Raffaella Carrà, Stefania Rotolo e Nadia Cassini erano per noi quasi delle presenze divine, ma dentro di sé portavano delle ferite legate alla loro infanzia, ai rapporti con i compagni o i genitori. Stiamo preparando anche una versione completamente in italiano perché me l’ha chiesto Sophie stessa, oltre a una versione “extended” con una intro molto teatrale e alcuni remix che stanno già uscendo.

Nel brano suona una leggenda come Nile Rodgers.
È l’imperatore della disco music e ha cambiato il corso della musica in generale, anche quella pop. Avere lui come ponte tra una cultura disco identificata sempre con l’America e una più nostrana per me era fondamentale per veicolare l’universalità del messaggio della canzone.

Per quel bambino che a 5 anni ballava “Le Freak” che cosa vuol dire lavorare con Nile Rodgers e poterlo annoverare tra i propri amici?
Sembrerà un cliché, ma non mi sono mai rassegnato che qualcosa non potesse succedere. Ho sempre sperato. A quel bambino quindi dico di continuare a sognare.

La prossima star con cui sogni di collaborare?
Sabrina Carpenter, Doja Cat e magari Kylie Minogue.

Un “disco bambino” cresciuto nei primi anni 2000 chi potrebbe idolatrare? C’è qualcuno che sta spostando un po’ i confini o facendo delle piccole rivoluzioni?
Oggi è difficile percepire qualcosa come nuovo e rivoluzionario. Sicuramente mi piacciono molto Allie X, che fa sempre cose stupende, e la già citata Doja Cat, che mi ha detto: “La tua pagina Instagram è la mia Bibbia”. Spesso gli stylist delle star vengono sul mio account per prendere qualche idea: mi fa molto piacere sapere che ciò che faccio ha un riscontro e produce creatività anche in quelle generazioni che pur non avendo vissuto quegli anni li prendono come ispirazione. Essere parte di questo ponte temporale e culturale dà un senso a tutto.

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