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“Sono morta due volte e sono qui per dirvi che la morte è bellezza assoluta, luce e amore. Un angelo mi portò dall’altra parte, la mia anima ha visto il paradiso”: la storia di Nicole Kerr

Nicole Kerr racconta a FqMagazine l’incidente avuto a 19 anni in Colorado, la doppia esperienza di pre-morte e i 19 anni di memoria rimossa

di Davide Turrini e Ilaria Mauri
“Sono morta due volte e sono qui per dirvi che la morte è bellezza assoluta, luce e amore. Un angelo mi portò dall’altra parte, la mia anima ha visto il paradiso”: la storia di Nicole Kerr

Per diciannove anni Nicole Kerr ha ricordato soltanto una luce bianca. Non l’urto, non il vetro, non il corpo sbalzato fuori dalla Corvette, non il fosso, non i soccorritori, non i paramedici che la trovarono senza segni vitali. Solo una luce “chiara e brillante”. Oggi ha 62 anni e l’incidente che le ha cambiato la vita risale a 43 anni fa, quando era una cadetta di 19 anni all’Accademia dell’aeronautica militare degli Stati Uniti, in Colorado. Dopo esserci imbattuti in un articolo del Daily Mail sulla sua storia, siamo riusciti a metterci in contatto con lei e l’abbiamo raggiunta in videochiamata dagli Stati Uniti, dove vive. Con sforzo, e non senza dolore, ha accettato di condividere con noi la sua storia, rivivendo ancora una volta quella sequenza ormai impressa in modo indelebile nella mente: la macchina lanciata nella notte, il masso, il parabrezza, l’impatto, il corpo che vola fuori dall’abitacolo. E poi il buio. O meglio: la luce.

Le esperienze di pre-morte, note anche come NDE (Near-Death Experiences) sono racconti riferiti da persone sopravvissute a condizioni cliniche estreme, come arresti cardiaci, traumi gravissimi, coma o stati di incoscienza profonda. Tra gli elementi più ricorrenti ci sono la percezione di uscire dal corpo, la visione di una luce intensa, una sensazione di pace, l’incontro con presenze o persone defunte. Il tema, a lungo considerato marginale o confinato al racconto spirituale, è oggi oggetto di studi clinici e neuroscientifici: dalle ricerche del cardiologo olandese Pim van Lommel sui sopravvissuti ad arresto cardiaco fino agli studi AWARE guidati dal rianimatore Sam Parnia, passando dai casi analizzati dal dottor Francesco Sepioni, medico dell’emergenza dell’Asl 1 Umbria e autore di “Al confine dell’aldilà”, che ha spiegato come queste esperienze vengano ufficialmente raccolte a catalogate tramite la scala di Grayson.

La storia di Nicole comincia in una sera del 1983 sulle montagne del Colorado. “Avevo 19 anni e stavo studiando all’Accademia dell’aeronautica degli Stati Uniti”, racconta. “Ero a una funzione di squadrone all’inizio del semestre. Mi feci dare un passaggio da un cadetto più grande, un senior, su una Corvette decappottabile. Non mi ero resa conto che aveva bevuto”. Dopo l’evento, i due si fermarono in un bar. “Fu la prima birra bevuta nella vita. Sono cresciuta in una famiglia molto conservatrice”, ricorda. Prima di ripartire, il barista si rivolse al ragazzo che guidava: “Gli chiese: ‘Stai bene per guidare?’. Lui rispose: ‘Certo, sto bene’”. Ma, aggiunge Nicole, “non stava bene”. La Corvette si schiantò contro “un enorme masso”. Le immagini dell’auto dopo l’incidente sono eloquenti: la carrozzeria accartocciata, il parabrezza distrutto, l’abitacolo deformato in un ammasso di lamiera. “Il mio lato della macchina lo colpì, la macchina si ribaltò. Era una decappottabile, la capote era abbassata. Siamo stati entrambi espulsi. Io finii in un fosso”.

Alcuni passanti sentirono lo schianto da una casa vicina, uscirono per controllare e non riuscirono a rilevare segni vitali su di lei. “Entrarono in casa, presero una coperta, mi coprirono e chiamarono i soccorsi. I paramedici impiegarono dai 13 ai 15 minuti per arrivare”. Quando arrivarono anche il paramedico che la esaminò “non rilevò alcun segno vitale”. Provò allora una pressione sternale con le nocche, una manovra usata per provocare una risposta dolorosa. “Non sentì niente. In quel momento la mia pupilla destra si dilatò. E a quel punto la mia anima, che era volata dall’altra parte, entrò attraverso l’occhio destro. Lui riuscì a ottenere una lettura della pressione sanguigna. Il mio cuore riprese a funzionare e la mia pressione era 60 su zero. Se 120 su 80 è normale, potete capire che stavo ancora entrando e uscendo dalla morte”.

La corsa verso l’ospedale fu una rianimazione continua. “Stavo andando di nuovo in arresto cardiaco quando mi portarono sull’ambulanza. Mi fecero la RCP per tutti i 20 minuti di strada. È un tempo molto lungo per fare la RCP su qualcuno”. I traumi riportati erano devastanti: bacino fratturato su entrambi i lati, piede sinistro semi-amputato, polso destro reciso e una profonda lacerazione di quarto grado nella zona vaginale, provocata dall’attraversamento del parabrezza. Eppure, in quei minuti di morte clinica, la sua coscienza registra uno scenario completamente separato dal corpo fisico che giaceva a terra. “Ero in aria e ricordo di aver detto: ‘Oh mio Dio, aiutami’, perché sapevo che nel momento in cui il mio corpo fisico avrebbe toccato il suolo sarei morta. Lo sapevo e basta. E in quel momento venne un angelo e mi portò dall’altra parte”. Da quella prospettiva, racconta, vide tutto senza provare dolore. “Ho visto il mio corpo cadere a terra. Non ho sentito niente di tutto ciò perché la mia anima se n’era andata. Ma potevo guardare in basso e vedere esattamente cosa indossavo, potevo vedere la posizione in cui giacevo e ho visto praticamente un cadavere, quello che stavo guardando da questo piano più alto”.

Descrive quell’esperienza come l’ingresso in una realtà luminosa. “La mia anima è andata in quello che chiamo paradiso e lì ci sono altri angeli”. La comunicazione, in quella dimensione, non avveniva attraverso le parole: “Dall’altra parte non si parla inglese. I messaggi arrivano attraverso la telepatia, attraverso la vibrazione”. In quel contesto, dice di aver compreso una cosa che considera centrale: “Qui sulla Terra dobbiamo chiedere aiuto. Il regno spirituale è disponibile e disposto ad aiutarci, ma dobbiamo chiedere il loro aiuto perché abbiamo il libero arbitrio”.

Il rientro nel corpo non coincise con la fine del calvario. Rimase in ospedale quattro mesi e sette settimane in terapia intensiva. “Entravo e uscivo dalla morte in continuazione. Ogni volta che pensavo di migliorare, succedeva qualcosa e peggioravo”. Subì sei interventi importanti e sviluppò infezioni multiple: “Ero piena di fibra di vetro, erba, rocce. Presi la sepsi. Presi la cancrena alla gamba sinistra e a quella destra. Mi hanno quasi amputato l’intera gamba”. Durante un’operazione avvenne un secondo episodio. “Ebbi un altro codice blu. Il mio cuore si fermò. Comunicarono l’ora della morte in sala operatoria. Andarono a dire ai miei genitori che ero morta. E due minuti dopo il mio cuore riprese a funzionare da solo”. Questa volta, racconta, voleva tornare alla luce che aveva già visto. “Volevo uscire dal dolore, volevo uscire dalla sofferenza. Stavo cercando di tornare lì. Ma gli angeli avevano un piano diverso per me. Dovevo tornare nel mio corpo”. Poi per quasi vent’anni rimase soltanto il ricordo di quella luce bianca, senza una sequenza chiara dell’incidente.

Diciannove anni dopo la svolta. “Ero passata da Starbucks e come sempre avevo preso il caffè. All’improvviso la mia memoria iniziò a tornare. Fu come scaricare un film. Vidi ogni dettaglio: come ero seduta in macchina, come ho attraversato il parabrezza”. Nel giro di 48 ore riemersero sia la dinamica dell’incidente sia ciò che aveva vissuto “dall’altra parte”. Il ritorno della memoria prevede anche il ricordo di qualcosa di spiacevole accaduto su quell’auto: il conducente le aveva fatto delle avances sessuali e lei aveva detto di no. “Lui si arrabbiò molto con me, girò il volante della Corvette, l’auto sbandò, colpì il masso e si ribaltò”. Il ragazzo alla guida era figlio di un generale dell’esercito. “Lo Stato del Colorado lo accusò di guida in stato di ebbrezza, guida spericolata e aggressione veicolare. Si dichiarò colpevole, ma il grado ha i suoi privilegi. Suo padre riuscì a farlo scagionare dalle accuse e a farlo laureare”. Lo rivide l’anno successivo, quando tornò per un altro intervento chirurgico. “Mi disse: ‘Ora puoi camminare’. Non si scusò mai”.

Il ritorno della memoria cambiò anche il suo rapporto con la religione. Cresciuta in una famiglia luterana e battista del Sud, Nicole si era sempre sentita a disagio davanti all’immagine di un Dio giudicante. “Stavo seduta in chiesa e mi arrabbiavo”. Dopo l’esperienza, quel conflitto trovò una spiegazione diversa. “Il mio concetto di Dio cambiò completamente. Non era più il concetto cristiano di Dio. Sapevo che Dio era amore. Non c’erano ira, giudizio, punizione. Tutto questo è stato creato dall’uomo. Smisi di andare in chiesa”. Da quel momento, spiega, “tutto in me è cambiato. Oggi sono molto sensibile all’energia delle persone. Non sopporto le grandi folle, la negatività, le tossine. Non posso bere alcol, non posso stare vicino al fumo o allo svapo. Devo mantenere la mia vibrazione alta. A volte sono come una piccola eremita”. Perfino il suo modo di vestire non è stato più lo stesso: “Dall’altra parte ho visto colori che non sappiamo nemmeno che esistono. Colori che non sono nella scatola dei pastelli a cera Crayola”.

Gli animali, poi, sono diventati parte essenziale della sua vita: “La mia religione diceva che gli animali non hanno un’anima. Non è vero. Gli animali hanno un’anima, vanno dall’altra parte e li rivedremo quando moriremo. Per me sono come angeli. Espandono la nostra capacità di amare. Per alcune persone, l’unico amore incondizionato che riceveranno sarà quello del loro animale”. Nicole oggi vive con due piccoli pechinesi. “La mia famiglia però non crede alla mia storia. Pensano che sia blasfema, che il messaggio che porto tradisca le loro convinzioni. Mio padre ha perfino dato la colpa a me dell’incidente e non all’autista”.

Oggi Nicole è ancora legata alle conseguenze dell’incidente: “Sono una veterana degli Stati Uniti disabile al 100%. Ho un disturbo da stress post-traumatico, ho avuto un trauma cranico. Ogni giorno in cui mi sveglio non so come sarà la mia giornata in base alla salute”. Quando invece ha scoperto che altre persone avevano vissuto esperienze simili, la prima reazione è stata “gratitudine”. “Non ero sola, non me lo stavo inventando. Quando hai vuoti di memoria così lunghi pensi che forse te lo sei inventato. Molti non capiscono i ricordi repressi, non capiscono il trauma. Per 19 anni mi ero sentita davvero sola”. La missione che dice di aver ricevuto “dall’altra parte” è raccontare ciò che ha visto. “L’angelo mi disse che avrei detto alle persone di non avere paura della morte. E io pensai: wow, questo è un grande programma. La missione è cambiare quella narrazione sulla morte in una di amore, luce ed eterna, la tua anima è eterna. È davvero la morte: bellezza assoluta, luce e gentilezza amorevole. La nostra anima continua a vivere, non muore mai”.

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