“La straordinaria bellezza della musica pop è la sua capacità di dare gioia”. Sono parole di Nick Cave e suonano come il manifesto perfetto della storia di Kylie Minogue, raccontata su Netflix in 3 episodi diretti da Michael Harte. La docuserie “Kylie”, più che celebrare una popstar sopravvissuta agli anni Ottanta, prova finalmente a spiegare perché l’artista sia riuscita a restare rilevante per quasi quarant’anni attraversando mode, crisi, trasformazioni e perfino la malattia.
Da idolo delle soap a cantante di successo
La serie parte dagli inizi australiani: gli ingaggi come attrice da bambina, il successo della soap “Neighbours” anche nel Regno Unito e le prime hit come cantante grazie al team produttivo Stock-Aitken-Waterman. La trasformazione da star delle soap a fenomeno pop viene guardata da molti con sospetto, e fioccano le critiche che la reputano “banale”, “ordinaria”, “dimenticabile”.
Un’artista costruita a tavolino, senza abbastanza voce o personalità, troppo leggera per essere presa sul serio. Per anni, Minogue ha dovuto dimostrare di non essere soltanto il “pappagallino cantante” confezionato dall’industria britannica, combattendo contro l’idea che una donna dovesse scegliere tra successo commerciale e credibilità artistica, tra carriera da attrice e da popstar.