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Gucci, il paradosso infinito: “Abbiamo dovuto pagare la donna che ha fatto uccidere nostro padre”. La storia della battaglia legale dietro i 3,9 milioni versati a Patrizia Reggiani

Dall’omicidio di Maurizio Gucci al “promemoria d’intenti” firmato a St. Moritz, fino alla sentenza che ha obbligato Allegra e Alessandra Gucci a versare milioni alla madre

di Antonella Zangaro
Gucci, il paradosso infinito: “Abbiamo dovuto pagare la donna che ha fatto uccidere nostro padre”. La storia della battaglia legale dietro i 3,9 milioni versati a Patrizia Reggiani

“Dall’attico di Galleria Passerella, la mia stanza guardava sulla piazza, mia madre entrò in camera e mi disse che papà era morto”. Allegra Gucci aveva ricordato così, in una intervista a Vanity Fair, il giorno che ha cambiato il suo destino e quello della sorella Alessandra.

Quel 27 marzo del 1995, Patrizia Reggiani le comunicava solo una parte della verità, il resto sarebbe stato un incubo da scoprire successivamente e con il quale fare i conti per tutta la vita, financo davanti alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Perchè al male talvolta non c’è mai fine. Quattro anni fa un pezzo di storia usciva nel libro “Fine dei Giochi – luci ed ombre sulla mia famiglia” la verità di Allegra arrivava su carta mentre oggi si appende ad un post sul suo profilo Instagram nel quale le sorelle Gucci tornano a parlare. Quattro pagine nelle quali il lungo strascico giudiziario aperto con la madre e con la stampa trova chiarita la loro versione dei fatti.

“Chi ha ucciso ha incassato. Chi ha perso il padre ha pagato”. In questo titolo è raccolta la sintesi di un braccio di ferro con la giustizia italiana approdato alla Corte Europea dei Diritto dell’Uomo che ha deciso in ultimo di archiviare.
Tutto ebbe inizio con la causa intentata dall’ultima compagna di Maurizio Gucci, ovvero Paola Franchi, che era pronta a sposare l’uomo, poi freddato da un sicario mandato dalla ex moglie davanti al portone di casa in Via Palestro, a Milano.
La donna, dopo l’omicidio, aveva cercato di fare valere i suoi diritti in tribunale per ottenere un risarcimento da Patrizia Reggiani, come spiegato da Allegra in una vecchia intervista al Corriere della Sera.

“La legge ha stabilito che le figlie di un uomo ucciso devono dei soldi alla propria madre (condannata) affinché questa risarcisca la sua ex compagna” aveva scandito la donna che all’epoca dei fatti aveva solo 14 anni. Paola Franchi si era poi vista assegnare un indennizzo di 700 mila euro tra danni patrimoniali e morali saldato dalla ex moglie che si era rivalsa sull’eredità delle figlie. Ma a rimanere aperta era la questione del debito avanzato dalla stessa Reggiani nei confronti delle figlie ed eredi, in particolare in riferimento ai contenuti di un accordo siglato con l’ex, Maurizio Gucci, il 24 dicembre del 1993 a St. Moritz.

Il cosiddetto “promemoria d’intenti” impegnava l’uomo a corrispondere all’ex moglie un vitalizio di 1,1 milioni di franchi svizzeri l’anno, cifra che le figlie hanno negato alla madre per tutto il periodo nel quale è stata detenuta a scontare la sua pena. La legge italiana (sentenza d’Appello del 2015, confermata in Cassazione nel 2017) ha stabilito che l’accordo di St. Moritz del 1993 restava valido perché il reato penale (l’omicidio) non annullava un contratto civile precedente. Per questo le figlie, come eredi, si sono trovate legalmente obbligate a pagare la madre che aveva fatto uccidere il padre. Nonostante le obiezioni sollevate dai legali delle legittime eredi che hanno tentato di fare valere il fatto che fosse stata proprio lei invece a far uccidere l’ex marito appellandosi alla CEDU, cinque anni fa.

Una battaglia conclusasi solo di recente con la firma di un accordo privato obbligato, che ha portato al versamento di 3,9 milioni di euro alla madre, contro i 43 accumulati e dovuti. “Questa non è una storia chiusa – hanno voluto chiarire oggi le sorelle Gucci nel loro lungo comunicato – Quello che i giornali hanno chiamato un “accordo segreto” e “pace con la madre” non corrisponde ad alcuna realtà giuridica o umana”. “Chi ha ucciso ha incassato. Chi ha perso il padre ha pagato” hanno poi aggiunto.

“La trattativa – ha poi proseguito il testo – si era protratta a lungo e noi sorelle abbiamo dovuto negoziare sotto la minaccia concreta di procedure esecutive”, come “il pignoramento dei beni, compresa l’abitazione”. Nessun accordo con la madre, dunque, ma “una resa davanti a una sentenza che non avrebbe mai dovuto esistere” e che la ha condannate al versamento di 3,9 milioni di euro che non “è stato il frutto di una scelta libera, ma una soluzione obbligata davanti al rischio di procedure esecutive e pignoramenti. “Dietro quei 3,9 milioni di euro ci sono vent’anni di provvedimenti, di udienze, di atti giudiziari, di spese legali in Italia e in Svizzera, di notti in cui due donne hanno dovuto fare i conti con il fatto che lo Stato le stava consegnando alla mercè di chi aveva ordinato la morte di loro padre”.

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