Giorgio Pasotti trasloca. Non è una notizia ma un dato di fatto che riportiamo perché l’intervista rilasciata dall’attore al Messaggero inizia proprio così: “Mi sto spostando di 300 metri, sempre in zona Flaminio, dove ormai vivo da più di dieci anni, e sono a pezzi sia fisicamente che psicologicamente. Questa faticaccia mi sta devastando, a una certa non si dovrebbero più fare queste cose. E poi gli elettricisti, gli idraulici, i muratori…”. Insomma, un piccolo sfogo causa trasloco che porta a una domanda successiva ben piazzata, ovvero se la sua compagna e collega Claudia Toscani, 35 anni, lo abbia messo alla porta: “No. Dico solo che va tutto bene e siamo sempre una coppia. E cambiamo casa proprio per stare meglio come famiglia. Tutto qui. Il brutto di questo mestiere è che a volte si perde assolutamente il controllo della propria privacy e cose semplici, per via delle chiacchiere di certa gente, diventano complicatissime”. E Pasotti conferma anche il matrimonio, con un lapidario “sì, va tutto bene”.
L’occasione dell’intervista è che stasera l’attore sarà su RaiUno con la commedia Cercasi tata disperatamente di Laura Chiossone, con Elena Radonicich e quando gli viene chiesto come mai abbia accettato dice, senza troppi giri di parole, che ha letto il copione e ha riso tutto il tempo: “Gli attori della mia generazione si prendono troppo sul serio. Me lo disse anche il grande Mario Monicelli. Con una pernacchia (…). Adoravo la sua leggerezza, era così colto e profondo che sapeva manovrarla meravigliosamente. Quella volta, ormai parecchi anni fa, a una cena con tanta gente importante ne fece una davanti a tutti mentre stavo per sedermi a tavola. Rimasi con gli occhi di fuori e a bocca aperta. E lui: ‘Voi giovani siete bravi ma tristi e sempre pensierosi. Sorridete, cazzo. Divertitevi’. Aveva ragione”.
E Pasotti, forse rinfrancato dalla pausa dal trasloco, va dritto anche sulla cerimonia dei David di Donatello: “Era, come spesso succede, tutto sbagliato: dovrebbe essere uno spettacolo come gli Oscar dove si va e si festeggia in pompa magna il cinema e chi lo fa. Invece sembra una sala mortuaria dove tutti i presenti non vedono l’ora di scappare il prima possibile. Gli stessi presentatori sperano di finire presto per non annoiare. È come se si partisse già sapendo che è una cosa da fare per forza ma nessuno vuole davvero esserci. Non riesco a essere diplomatico, lo so, ma è stato terrificante ascoltare tutti quei proclami politici“. L’intervista è lunga e densa, si va dal primo film (1997, “Piccoli maestri” di Daniele Luchetti ) all’ultimo, il terzo da regista (“Sotto a chi tocca”, tratto dal libro del catalano Jordi Galceran) e fino a Giorgia Meloni: “Non parliamo di politica, per cortesia: mesi fa ho condannato chi augurava la morte alla figlia del nostro Primo Ministro. Mi hanno dato del fascista”.