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L’austerità di Milei svuota le università argentine: tagli a finanziamenti e salari. “Per il governo l’istruzione è una spesa da contenere”

Dal 2023 tagli reali del 45% e fuga di massa dei docenti. Il mondo accademico accusa l'esecutivo: "Anche se in futuro tornassero gli investimenti in università e istruzione, la ricostruzione del capitale umano perso richiederà molto tempo"
L’austerità di Milei svuota le università argentine: tagli a finanziamenti e salari. “Per il governo l’istruzione è una spesa da contenere”
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Sotto il governo del presidente Milei, le università argentine attraversano una profonda crisi. Docenti e studenti denunciano la lenta morte dell’istruzione pubblica, messa sotto pressione da tagli ai finanziamenti, riduzione delle borse di studio e il mancato adeguamento dei salari dei docenti all’inflazione. Mentre per l’esecutivo ultra-liberista si tratta di misure necessarie per ottenere il pareggio di bilancio, secondo il mondo accademico si sta indebolendo in modo sistematico il diritto allo studio.

Tra il 2023, quando si è insediato il governo Milei, e il 2026, le università hanno subito una riduzione reale dei finanziamenti pari al 45,6%. Gli atenei denunciano difficoltà nel coprire spese essenziali e nel mantenere attivi corsi, laboratori e progetti di ricerca. Stando alle analisi del Consejo Interuniversitario Nacional (CIN), i salari dei professori e degli altri dipendenti dell’accademia hanno subito una perdita del potere d’acquisto pari al 32%. “Queste condizioni di lavoro stanno avendo diverse conseguenze. I tagli portano alla riduzione dell’orario lavorativo e causano numerose dimissioni. Solo nella facoltà di Scienze Esatte dell’Universidad de Buenos Aires, dal dicembre 2023 ad oggi, 438 docenti hanno rinunciato al proprio incarico in cerca di migliori opportunità professionali”, dice al fattoquotidiano.it Emiliano Cagnacci, professore presso l’Universidad de Buenos Aires (UBA) e delegato dell’Asociación de Docentes de la UBA. Molti lasciano le università pubbliche per il settore privato o per l’estero, o smettono di insegnare.

In Argentina esistono 64 università statali dove studiano almeno due milioni di persone. Si registrano circa 159mila docenti e 60mila dipendenti impiegati nell’amministrazione, nella manutenzione e nelle attività di supporto come la gestione dei laboratori e delle biblioteche. Il sistema universitario pubblico occupa un posto centrale nella storia sociale del Paese. Le università sono percepite come luogo di formazione professionale, e come spazi che difendono la democrazia e il pensiero critico. Ancora oggi, l’istruzione gratuita e di qualità è intesa come un patrimonio collettivo e come lo strumento che permette di migliorare la propria condizione sociale. “L’università pubblica ha formato la classe media. Crea uguaglianza e rende possibile la mobilità sociale”, prosegue Cagnacci. “Lo smantellamento cui stiamo assistendo avrà effetti sull’Argentina di domani. La formazione di docenti e ricercatori richiede anni, talvolta decenni, e la perdita di competenze incide direttamente sulla qualità dell’insegnamento e della produzione scientifica. Anche qualora in futuro tornassero gli investimenti in università e istruzione, la ricostruzione del capitale umano perso non sarebbe immediata”.

Le misure di austerità stanno colpendo anche gli studenti. “Notiamo una diminuzione delle nuove iscrizioni. Molti abbandonano gli studi. Ci dicono che il motivo è la loro situazione economica. Le borse di studio non sono sufficienti per affrontare l’aumento dei costi della vita”, afferma Cintia Oliveiro, docente di folklore nell’Universidad Nacional de las Artes (UNA) a Buenos Aires.

L’anno accademico, che in Argentina comincia nel mese di marzo, è iniziato con difficoltà. I sindacati dei docenti e le organizzazioni studentesche hanno promosso scioperi, proteste, lezioni nelle piazze. Nel 2025 il Congresso aveva approvato la Ley de Financiamiento Universitario che stabilisce l’aggiornamento automatico dei fondi in base all’inflazione, oltre a prevedere la ricomposizione dei salari del personale e l’adeguamento delle borse di studio. La legge era stata contestata dal governo Milei che aveva posto il veto. Nel 2026 dopo diversi ricorsi, la giustizia federale ha stabilito l’obbligo di applicare la legge almeno in parte, ma l’esecutivo non lo ha ancora fatto.

“C’è uno sfondo ideologico nell’attacco diretto all’università pubblica. Non si tratta soltanto dei pochi finanziamenti o dei mancati aumenti salariali per il personale docente e non docente”, prosegue Oliveiro. “Le scelte dell’esecutivo si inseriscono in un più ampio processo di riduzione del ruolo dello Stato e in una visione che tende a reinterpretare i diritti sociali vedendoli come una voce di spesa da contenere. Lo stesso diritto all’istruzione viene svuotato nella sua sostanza con l’effetto di limitare l’accesso all’università per una parte significativa della popolazione”.

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