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Biennale di Venezia 2026, “questo potevo farlo anch’io”: tra opere incomprese, code infinite e tazzine giganti sul Canal Grande, ecco cosa abbiamo visto

Tra Africa, memoria coloniale, installazioni monumentali e ironia involontaria dei visitatori: il nostro reportage sull'apertura della Biennale di Venezia

di Roselina Salemi
Biennale di Venezia 2026, “questo potevo farlo anch’io”: tra opere incomprese, code infinite e tazzine giganti sul Canal Grande, ecco cosa abbiamo visto

Il primo incontro con la Biennale di Venezia negli agitati giorni di pre-open (Pussy Riot, Femen seminude, gente stordita dalla vodka del contestato padiglione russo) Pro Pal e molto altro) è stato, incredibilmente, con quattro gigantesche, coloratissime tazzine da caffè fissate su una chiatta in mezzo al canal Grande. Ancorata, ovviamente e poi portata dolcemente a riva. Quella che colpisce di più è gialla, con la scritta “Memento Vivere”, quanto mai ottimista e profetica. L’artista, il giovanissimo Mohammed Z. Raman, anglo-bengalese che vive a Londra, è uno dei quattro artisti su centoundici scelti da Illy per decorare le tazzine (le altre tre sono Alice Maher, Werewere Liking e Thania Petersen). La percentuale è bassa, ma rappresenta abbastanza bene questo crocevia dove incontri chiunque, dal collezionista di Georgetown arrivato su Maraya, una barca- ferro da stiro multipiano (occupa a tal punto la banchina che i taxi privati non possono attraccare) alla notissima mecenate Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, a colloquio per un’ora con un artista nigeriano sconosciuto ai più. Poi ci sono i collezionisti dell’American Express che si fermano per poco: Elisabetta Roncari ha selezionato per loro dieci opere di grande impatto. Sembra un ossimoro in una Biennale che ha come titolo “In Minor Keys”, (si può interpretare: in tono minore, basso, ma anche in una chiave intima, personale, musicale) e alla curatrice Koyo Kouoh, la prima africana nella storia della Biennale, è impossibile chiederlo perché è morta l’anno scorso. Sul lavoro portato avanti dai suoi collaboratori un critico blasonato dice che è tutto “minor” (invece no).

In ogni caso, alla gente affamata d’arte che affolla i Giardini della Biennale e si sottopone a ore di coda per il padiglione dell’Austria (ci sono performer nude) o per quello di Israele (gocce di acqua nera cadono in una vasca rettangolare) importa abbastanza poco. Fotografano le tazzine galleggianti, adorano il look di Werewere Liking, che a Milano verrebbe arrestata per violazione del protocollo greige, ma qui è abbigliata con tessuti e colori che rimandano alla sua estetica panafricana (nata nel Camerun, vive in Costa D’Avorio è scrittrice, pittrice e musicista): l’acconciatura fitta di treccine incoronata da una fila di cipree e una vistosa collana, sempre di cipree, piccole conchiglie anticamente usate come monete, e un bastone da sciamano. La sua tazzina rimanda alla scultura presentata alla Biennale che racconta, come molte altre opere (c’è parecchia Africa) la schiavitù, il post colonialismo, le migrazioni, la perdita delle tradizioni anche religiose e il loro recupero: camdomblé, orixa, vodoo, magia.

Ai Giardini, nel murale di Marìa Magdalena Campos-Pons, il ritratto di Koyo Kouoh è accostato a quello di Toni Morrison, prima donna nera vincere il Nobel per la letteratura, tutte e due tra le magnolie. E proprio la magnolia, dal bocciolo al seme, è protagonista delle sue monumentali sculture in vetro di Murano e resina. Mentre sulla facciata neoclassica del Padiglione Centrale, Otobong Nkanga ha realizzato poetiche fioriere per offrire rifugio agli insetti e creare “vita naturale”. Poi ci sono le sculture di Daniel Lind Ramos, ottenute con materiali raccolti dopo gli uragani, le installazioni di Guadalupe Maravilla, che combinano oggetti fatti a mano e pezzi di recupero, o quelle dell’indiano di New Orleans Big Chief Demon Melancon. Ma l’opera che colpisce i collezionisti alla ricerca del “grande impatto” è quella del cileno Alfredo Jaar all’Arsenale:” The End of the World”: un lungo ambiente chiuso, immerso in una straniante luce rossa accoglie una teca al cui interno è collocato un cubo di soli quattro centimetri quadrati in cui però sono compressi dieci dei minerali più critici al mondo (cobalto, terre rare, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino): ogni strato è al centro di battaglie mondiali e complicazioni geopolitiche.

Non tutte le opere sono leggibili, come lo scenografico “Parlamento degli animali”. L’equivoco è dietro l’angolo. La frase pronunciata più spesso è:” Questo potevo farlo anch’io”, oppure “anche mio figlio”. Fotografatissimo il fattorino con grembiule colorato che portava un carrello carico di acqua minerale, preso erroneamente per un performer. La mostra dell’Ucraina ha come elemento centrale la scultura “Origami Deer”, un cervo che richiama l’immagine dell’origami di carta e simboleggia la fragilità dei sistemi di sicurezza. Montato su una gru per camion, è stato “parcheggiato” proprio all’ingresso dei Giardini, e non tutti hanno capito che era un’opera d’arte. E la guida non sa spiegare le sculture simili a enormi incrostazioni calcaree di forma fungina. “Bao giganti?” chiede un visitatore. ”Piuttosto, le uova di Alien”, nota un altro. E si apre il dibattito: “Le uova di Alien erano simmetriche”. ”Ma non dopo che il mostro è uscito fuori!”. Urge una seconda visita per capire meglio. Come nel caso del quadro a più strati che richiama la schiavitù, l’indaco, il colonialismo, il rapporto tra i vivi e i morti sepolti nel bosco che è stato una piantagione. Si corre da una sala all’altra, si consultano le classifiche dei padiglioni “imperdibili”, tutte diverse.

Ma basta così. C’è tanto da vedere. I colori psichedelici della Bulgaria. Il padiglione del Belgio (coda infinita) che ospita l’opera “It never sst” di Miet Warlop, riflessione sulla fragilità della vita quotidiana scandita dai ritmi frenetici e accompagnata da rumori impossibili. Il Giappone, con “Bambini dell’erba, bambini della luna”, trasforma lo spazio in un bosco di pannolini, biberon, passeggini e giocattoli. L’artista si interroga sul futuro di chi oggi mette al mondo figli (tema che ci riguarda molto, visto che siamo a crescita zero). L’Indonesia propone un ripensamento della storia attraverso un viaggio immaginario del XV secolo (1472-1486) dal Lago Toba a Sumatra fino a Venezia, narrato tramite installazioni, pittura e stampa. E poi c’è la Grecia che riscrive il Mito della Caverna di Platone.

Siamo sono all’inizio perché l’intera città è un fastoso FuoriBiennale. Progetti sofisticati come quello di Xerjoff, punto di riferimento della profumeria artistica mondiale, main partner a “Waves” con la mostra prodotta da Sanlorenzo Arts. “Scented Landscape”, trasforma la percezione dello spazio attraverso il percorso olfattivo ideato da Sergio Momo, fondatore, CEO e direttore creativo di Xerjoff: “Ogni profumo è un’onda che attraversa spazio e tempo, portando con sé tracce, memorie, intensità.” Progetti sociali come quello di Marinella Senatore. “We Rise by Lifting Others” è concepito per La Casa di The Human Safety Net, hub di cultura e inclusione e al terzo piano delle Procuratie in Piazza San Marco: una monumentale luminaria e una serie di sei magnifici arazzi.

Respiriamo lo slancio “in minor kyes”. Opere che resteranno e altre che saranno dimenticate. Creativi che vedranno salire le loro quotazioni all’improvviso, perché l’arte è ormai un significativo bene rifugio. Ma che relazione c’è, chiedo al direttore artistico di Illy, Carlo Bach, tra le opere di Alice Maher, Werewere Liking, Thania Petersen e Mohammed Z. Rahman esposte alla Biennale, e i disegni sulle tazzine? Passiamo dalla scultura alla tazzina, ok, ma funziona anche il contrario? Sorride: “L’arte entra la vita quotidiana di chi non può permettersi un’opera importante. Ma in termini di comprensione, di conoscenza, credo che sì, possiamo passare dalla tazzina alla scultura”. Comunque c’è già chi le vuole comprarle.

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