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Biennale Venezia 2026, la mia Anteprima è più Anteprima della tua: mai vista così tanta gente

La Biennale di Buttafuoco ha già vissuto tre vite. Finalmente si torna a parlare di arte. Il padiglione russo aperto solo per tre giorni su inviti è trasformato in un gioioso palcoscenico
Biennale Venezia 2026, la mia Anteprima è più Anteprima della tua: mai vista così tanta gente
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Una corsa alla Prevue delle Prevue. Per poi scoprire che per i veri connaisseur le anteprime sono già cominciate da una settimana. Chiamo Benedetto Camerana, arci/archietetto torinese: “Sono già partito…”. Ma come non è ancora cominciata… Gli chiedo una mini/lista di eventi, eccola: Jan Fabre alla Scuola Grande di San Rocco, la scultura di Charles Ray alla AMA. Chiamo Eduardo Cicelyn, ideatore del museo Madre di Napoli, stessa risposta: “Sono appena partito…”. Sono i primi segnali d’allarme che sono in ritardo sulle anticipazioni. Per Cicelyn gli imperdibili sono Anish Kapoor, Strange Rules a Palazzo Diedo (dove faccio ipnosi) e Fondazione Prada.

Il Fuori Biennale costringe addetti ai lavori (siamo ancora in zona franca di inviti selezionati e accrediti) a fine giornata sull’applicazione del mio pedometro conto 24 kilometri. Arrivo all’ingresso dell’Arsenale per l’inaugurazione del padiglione Italia. Faccio vedere i miei accrediti su invito del Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, un sorriso costernato della signorina: “Deve fare la fila come gli altri… Sono tutti invitati come lei”. Oh no. Mi giro, alle mie spalle un serpentone umano di mille anime in attesa. La Provvidenza mi dà una mano, il cordone di sicurezza si apre a ventaglio per fare entrare il mammasantissima Anish Kappor. Un saluto, un abbraccio ed entro con lui.

Comunque ancora prima di cominciare, la Biennale di Buttafuoco ha già vissuto tre vite, fra processi politici, conclavi ideologici, diatribe squisitamente istituzionali, dimissioni e minacce di ritiro di fondi dell’Ue. Finalmente si torna a parlare di Biennale, lo storico barista di Campo Santo Stefano mi aveva avvertito: mai vista prima così tanta gente. E i primi dati ufficiali danni numeri da record.

La curatrice della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, che si svolge tra i Giardini e l’Arsenale, è Koyo Kouoh, di origine del Camerun, la prima donna africana di colore a curare una Biennale di Venezia. Non fa in tempo a godere del successo perché muore di malattia a soli 57 anni l’anno scorso e la mostra appena abbozzata diventa il suo testamento spirituale. Una sfida in più per il suo team curatoriale che la porta a termine. Il titolo In Minor Keys fortemente poetico pone al centro le tonalità minori. Le parole chiavi sono diaspora, migrazione, in mezzo tanti cartelli pro Palestina: We Stand with Palestina because we know by now that destruction of Palestine is the destruction of the world. Chiaro? Anche a Ignazio La Russa al quale se ancora sfugge la missione della Flotilla dovrebbe farsi un giro da queste parti.

Come se l’è fatto Salvini al padiglione russo. Un attimo prima servivano bollicine in flute di vetro, su richiesta del servizio d’ordine, sono state prontamente sostituite da bicchieri di plastica (nel caso qualcuno accidentalmente gliene tirasse una tra i piedi). Il padiglione russo aperto solo per tre giorni su inviti è trasformato in un gioioso palcoscenico pieno di fiori con dj setting e live/show etnico/musicali. A saracinesca chiusa si lascerà un maxi schermo per la proiezione della 3 giorni di eventi. Uno striminzito contentino. “La Biennale seleziona talenti non passaporti, libertà è alla base della civiltà del diritto. Non siamo qui per alimentare conflitti”, ha detto Buttafuoco alla conferenza stampa. Applaude la collezionista e mecenate Teresa Mavica. In moltissimi con lei. Intanto che si fanno la guerra il padiglione ucraino è un’esplosione di gioia e “Still Joy” compare a lettere capitali sulla facciata del palazzo settecentesco affacciato su Canal Grande.

Non si fa nulla contro Israele che continua il genocidio di bambini a Gaza, proteste fuori i cancelli e metà padiglioni chiudono il giorno dell’inaugurazione per solidarietà e fanno sentire la loro voce contro i crimini impuniti di Netanyahu. Dal raccontare l’indicibile al “Printing the Unprinting” del padiglione Indonesia che espone una suggestiva mostra made in Venice e gli artisti invitati realizzano uno site specific presso la Scuola Internazionale di Grafica, utilizzando i loro laboratori di stampa, esaltando la tradizione veneziana della stampa d’arte. La Attila &Co, lo spin off della comunicazione a Milano da 40 anni (con sede anche a Shanghai) insieme al figlio del presidente dell’Indonesia hanno ricevuto la créme dell’arte internazionale al “The Venice Venice Hotel”, sotto una costellazione di stelle.

E poi c’è quel supremo snobismo della Fondazione Dries Van Noten: ma chi è costui? Stilista di nicchia. Ha venduto il brand e si è messo a fare il mecenate. Un’amica mi regalò una sua borsa, quando la indossavo la scambiavano per una presina per la cucina. Pago il biglietto, mi metto in fila. Operazione ruffiana di marketing: prendi palazzo Pisani Moretta, tra i più magnificenti di Canal Grande, mortificalo lasciandolo al buio. Non si vede nulla, non si legge nulla, si capisce poco dell’allestimento apolittico/concettuale, un’accozzaglia di manufatti, alcuni anche belli se decontestualizzati. Assolutamente perdibilissima. Una girandola di lampadari stile liaisons dangereuses fatti di zuccherose marshmallow, arcate di forbici, torri di scatole di fiammiferi, mappamondi al neon e vagine dentate prodotte da AI, fa una struggente tenerezza un docile Vittorio Sgarbi che avanza a passo lento, sostenuto per un braccio da Buttafuoco. L’arte è fatta anche di bei gesti.

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