Esce oggi in libreria, per i tipi di Heisenberg editore, “Come lasciare andare con il Metodo Sticazzi” di Carla Ferguson Barberini e Francesco Picchio, una nuova edizione dello storico Metodo Sticazzi, potenziata per la crescita personale e per imparare a lasciare andare l’ansia. Per questa nuova veste in salsa self-help, al celebre collettivo romano, si aggiunge il profilo di Francesco Picchio, comico emergente della scena stand up romana, attivo soprattutto nei circuiti open mic e nelle serate indipendenti di Roma. Nel giro della nuova stand up comedy legata a serate underground, Picchio ha sposato la causa dello “Sticazzi” che, si legge nella bandella del libro, «non è una parolaccia», bensì un metodo, anzi, «“il” Metodo», «un modo per liberarsi dal peso delle aspettative, delle pressioni, dei giudizi».
Invito che si estende al lettore che – previa lettura del manuale – potrà candidarsi allo Sticazzi d’oro, ambito premio che celebra la capacità di pronunciare la parola “Sticazzi” nell’istante esatto in cui il dramma altrui sta per diventare tossico; chi riesce a distinguere tra una tragedia reale e un’offesa all’ego; chi sa gestire il caos; chi prende le distanze dalla dittatura dell’Apparenza e così via. Per certificare codeste abilità, il candidato dovrà inviare un racconto di 1500 battute e il vincitore sarà premiato nella Serata di Gala del Premio Sticazzi, insieme agli altri “vip” che riceveranno l’ambito riconoscimento dopo – leggiamo nel volume – Sergio Mattarella (edizione 2022), Jannik Sinner (2023), Alessandro Barbero (2024) e Mick Jagger (2025). Per ogni dettaglio operativo, invece, si rimanda a pagina 113 del volume e alla tecnologia MIB (My Intelligent Book) accessibile attraverso un qr-code presente in copertina che consente di avviare un dialogo adattivo e personale, in cui il proprio libro diventa un tutor.
Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, l’intervista di Francesco Aliberti a Francesco Pannofino in apertura al volume:
IO, RENÉ FERRETTI, L’EROE DELLO STICAZZI
FRANCESCO ALIBERTI: Francesco, partiamo dal mito, René Ferretti: l’eroe nazionale dello Sticazzismo creativo. Secondo te perché quel modo di fare a cazzo di cane ha parlato così tanto agli italiani?
FRANCESCO PANNOFINO: Beh, perché da un punto di vista “resistenziale” le persone un po’ si identificano con quest’uomo alle prese con un sacco di problemi – e a un certo punto qualche problema bisogna eliminarlo e quindi con uno “sticazzi fatto bene” si eliminano almeno quelli meno urgenti.
Nella tua esperienza personale – di uomo, di attore, di doppiatore – quanto conta saper dire «Sticazzi» per sopravvivere in questo mestiere, e nella vita?
Conta molto. È vero che questo lavoro che mi sono trovato a fare – che ho scelto di fare, naturalmente –, è pieno di soddisfazioni, ma è anche pieno di delusioni, soprattutto all’inizio. Ma anche adesso, quando non mi prendono, bisogna attivare lo sticazzi al massimo. Al massimo livello, proprio, aprire e aprire tutto!
Boris ha portato diverse espressioni romanesche nel linguaggio nazionale, in qualche modo. Qual è il segreto di questo passaggio? Alcuni poi sbagliano perché dicono “Sticazzi” al posto di “me cojoni”, senti gente del nord che dice “sticazzi” per dire “che roba”, invece di “me ne frega”.
Ma sì, perché “sticazzi” ha diversi significati. Il più importante è “chi se ne frega”. “Sticazzi?” – con il punto interrogativo – vuol dire proprio “chi se ne frega?”, ma è meno usato.
Ti ricordi che c’era Giallini che distingueva “sticazzi” da me “cojoni”?
Tutte le espressioni che abbiamo usato – diventate poi tormentoni – magari c’erano una volta sul copione, poi funzionavano e qualche attore le teneva per identificare il personaggio. Però erano tutte espressioni che la gente aveva sulla punta della lingua: noi gliele abbiamo solo rinfrescate. Sono sintetiche: sticazzi, a cazzo de cane, dài dài dài… ti vengono subito, a bruciapelo.
Questo libro celebra l’importanza di saper lasciare andare nella vita, ossia del non prendere le cose sempre di punta. Ecco la domanda che ti faccio: qual è stato il momento preciso in cui hai capito che mollare la presa, invece di controllare tutto, era la scelta giusta?
Mah, sempre, perché io sono fatto così… ognuno ha il suo carattere, la sua indole. Io mi ritengo fortunato perché non è che mi sono dato da fare: è avvenuto. A un certo punto ho cominciato. Certo, quando potevo esibirmi cercavo di farlo al meglio, e per questo le cose sono andate avanti. Ma non perché frequentavo salotti, ristoranti o feste – anzi, non li ho frequentati proprio.
Comunque, sul lasciare andare: sticazzi e pazienza. Nel senso che devi impegnarti al massimo quando è il momento, ma poi i caratteri delle persone, le menti, i modi di essere… io non ci posso fare niente per gli altri. Posso fare qualcosa per me. Gli altri sono come sono.
A volte certi incontri sarebbe meglio evitarli, ma in questo lavoro incontri un sacco di gente e devi averci a che fare anche se non ti piace. Per fortuna non capita spesso. E in quei momenti lasci andare: lasci passare il momento, stringi i denti e vai avanti.
Il nostro libro gioca sulla parodia del self-help, di tutta quella manualistica che ti insegna ad affrontare la vita, gestire l’ansia. Secondo te lo sticazzismo come stile di vita si può davvero insegnare? È una filosofia, ci si nasce o si impara a diventare sticazzista?
Ci si nasce, però si può imparare, soprattutto con l’età. Molte cose che prima mi facevano incazzare da morire adesso mi fanno ridere. È lì che interviene lo sticazzismo. È una specie di medicina naturale, senza controindicazioni. Però occhio a non esagerare: come tutte le medicine, serve la dose giusta. Se sei troppo sticazzi per tutto, è come non esserlo per niente: ti isoli dal mondo. Sticazzi quando serve; quando non serve, invece, partecipare e impegnarsi è sempre utile.
Mi viene in mente Martellone in Boris. Quello dello Sticazzi a teatro.
Con due spettacoli: Sticazzi e Bucio de culo. Due spettacoli completamente diversi: uno tende a sinistra e l’altro a destra. Quando Boris entra nell’analisi sociale c’è da morire dal ridere. C’è un pressappochismo imperante: la gente apre bocca e dà fiato senza sapere di cosa parla. È tremendo. Infatti, oltre allo sticazzismo, ho adottato anche il silenzismo: quando non ho niente da dire, non parlo.
Questa è una grande lezione, forse questa si può insegnare…
Sembra una banalità, ma non lo è perché la gente parla pure se non ha niente da dire. È una tragedia.