Pensioni, con le modifiche del governo alcuni dipendenti pubblici dovranno lavorare oltre 48 anni. O perderci 275mila euro
A causa del taglio delle pensioni dei dipendenti pubblici, deciso due anni fa dal governo Meloni, qualcuno potrà perderci in totale fino a 275mila euro. Per evitare la pesante penalizzazione, c’è chi sarà costretto a lavorare per oltre 48 anni. Sono le stime che la Cgil e la Fp Cgil, sigla della funzione pubblica, hanno presentato venerdì mattina in sala stampa alla Camera. I conti dicono che tra il 2024 e il 2043 ci sarà un risparmio di quasi 33 miliardi per le casse pubbliche. Che cosa comporterà per le singole persone? Ecco le previsioni del sindacato.
La legge di Bilancio 2024, va ricordato, ha introdotto importanti novità per le pensioni di sanitari, insegnanti d’asilo, funzionari degli enti locali e ufficiali giudiziari. Chi di loro ha iniziato a lavorare prima del 1996 ha diritto a una parte di pensione calcolata con il metodo retributivo, ben più generoso di quello contributivo che spetta a quelli venuti dopo. Il governo ha modificato il criterio di calcolo di quella quota retributiva, in senso estremamente peggiorativo. Una delle tante mosse che hanno contraddetto clamorosamente le promesse elettorali di abolizione della legge Fornero e di abbassamento dell’età pensionabile.
Questo taglio drastico della pensione colpirà quindi le persone, comprese in quelle quattro categorie, che vorranno lasciare il lavoro con il requisito dell’anzianità – cioè con gli anni di servizio – e non dell’età anagrafica. La platea è di circa 700mila persone che hanno iniziato a lavorare prima del 1996. Quelle assunte dopo, invece, non sono coinvolte perché la loro pensione sarà in ogni caso tutta contributiva, e infatti anche tanti di loro correranno il rischio di una carriera molto lunga e di un assegno molto povero.
Oltre alla penalizzazione sugli assegni, il governo Meloni ha anche allungato le cosiddette finestre mobili: il periodo che intercorre tra il giorno in cui si raggiunge l’età della pensione e il giorno in cui l’assegno inizia effettivamente a essere erogato dall’Inps. Tradotto: si tratta di un metodo subdolo per allungare ulteriormente l’età pensionabile. Ai dipendenti pubblici di quelle quattro casse toccherà scegliere se lavorare fino al requisito di vecchiaia o anticipare di qualche anno con una pesante perdita.
Vediamo i casi analizzati dalla Cgil. Immaginiamo un lavoratore che abbia iniziato nel 1994 e abbia 30mila euro di reddito: per lui il taglio sarà di 6.177 euro, oltre 500 euro al mese. Proiettandolo sulla vita media pensionistica, si tratta di oltre 117mila euro di perdita. I più colpiti saranno quelli meno anziani, cioè quelli che hanno iniziato a lavorare più a ridosso del 1996. Naturalmente, più è alto il reddito, più diventa pesante la penalizzazione, tanto che – alle stesse condizioni dell’esempio precedente – un reddito da 70mila euro potrebbe arrivare a perdere quasi 275mila euro. Anche quelli più anziani subiscono comunque un taglio significativo: chi ha iniziato nel 1983 perde in tutto oltre 17mila euro se ha un reddito da 30mila e può arrivare a 41mila euro di perdita complessiva se ha 70mila euro di reddito. Pensiamo a quante persone avevano fatto affidamento su queste cifre per aiutare figli e nipoti, o anche solo per affrontare spese necessarie.
Per evitare il taglio, bisogna rinunciare alla pensione anticipata, cioè aspettare di raggiungere l’età anagrafica e non utilizzare solo gli anni di servizio. Dato il progressivo allungamento di questo requisito, sommato alle finestre mobili delle quali si parlava, questo può significare arrivare a lavorare per oltre 48 anni. È l’esempio di chi, nato nel 1968, abbia iniziato a lavorare a 19 anni nel 1987: nel 2036 raggiungerà il requisito dei 67 anni e 10 mesi, con 48 anni e 3 mesi di lavoro. “Non cambia molto per il personale sanitario – si legge sulla relazione curata da Ezio Cigna, responsabile Cgil del settore previdenza -. Anche il meccanismo di salvaguardia introdotto dalla normativa, basato sul prolungamento dell’attività lavorativa di almeno tre anni ulteriori rispetto al requisito della pensione anticipata, comporterebbe comunque il raggiungimento di anzianità lavorative pari a 46 anni e 6 mesi, 46 anni e 7 mesi e 46 anni e 10 mesi di attività, pur di evitare la penalizzazione economica sulla pensione”.