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Gli Emirati pagano l’aiuto a Usa e Israele: droni contro gli hub petroliferi e cargo bloccati, così l’Iran punisce il suo nuovo nemico numero uno nel Golfo

Poco dopo l'avvio dell'operazione americana "Project Freedom", i Pasdaran hanno incluso gli impianti petroliferi di Fujairah nel tratto di mare da loro controllato e li hanno colpiti: Abu Dhabi è diventata un avamposto occidentale nell'area e Teheran non lo perdona
Gli Emirati pagano l’aiuto a Usa e Israele: droni contro gli hub petroliferi e cargo bloccati, così l’Iran punisce il suo nuovo nemico numero uno nel Golfo
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Gli Stati Uniti lanciano l’operazione Project Freedom per rompere le restrizioni imposte dall’Iran nello stretto di Hormuz e Teheran torna a colpire gli Emirati Arabi Uniti. Il filo che lega i due eventi passa per il ruolo che Abu Dhabi si è ritagliata nella guerra scatenata da Usa e Israele contro la Repubblica islamica. La missione annunciata da Washington per scortare i circa 1.600 mercantili intrappolati nel Golfo Persico, poi sospesa da Trump, entra nella sua fase operativa nel mattino di lunedì 4 maggio. Poche ore dopo, le Guardie rivoluzionarie pubblicano una nuova mappa dell’area dello stretto di Hormuz che considerano sotto il loro controllo: a ovest, una linea si estende dalla punta più occidentale dell’isola iraniana di Qeshm all’emirato di Umm al Quwain, mentre a est una seconda linea unisce il monte Mobarak in Iran con Fujairah, il più grande hub petrolifero degli Emirati, tra i principali dell’intera regione, che rientra così nello specchio di mare che i Pasdaran considerano loro.

È un passaggio fondamentale. Secondo i dati di Kpler, nel 2025 Fujairah ha esportato in media oltre 1,7 milioni di barili al giorno di greggio e carburanti raffinati, circa l’1,7% della domanda mondiale giornaliera. Le sue cisterne hanno una capacità di 18 milioni di metri cubi, il che lo rende uno dei principali hub mondiali – il più grande del Medio Oriente – per lo stoccaggio di petrolio, e lo scorso anno ha esportato 7,4 milioni di metri cubi di combustibili marini, diventando il 4° hub globale dopo Singapore, Rotterdam e Zhoushan in Cina.

Includendo Fujairah nell’area da loro controllata, i Pasdaran puntano a impedire ad Abu Dhabi di aggirare lo stretto per continuare a vendere il suo petrolio e di utilizzare in sicurezza le proprie acque territoriali. Sia la mossa che il tempismo non sono affatto casuali. La decisione emiratina di uscire dall’Opec, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, annunciata il 28 aprile ha creato attrito con Teheran, nel tentativo di depotenziare il suo blocco di Hormuz. La decisione segna la rottura di uno degli ultimi equilibri energetici condivisi nel Golfo e conferma la volontà di Abu Dhabi di seguire una strategia sempre più autonoma e legata agli interessi americani, svincolata dai limiti produttivi del cartello petrolifero di cui il Paese faceva parte dal 1967. Per gli Emirati significa poter aumentare l’export, rafforzare i rapporti con i mercati occidentali e consolidare il proprio ruolo di hub globale. Dal punto di vista iraniano la scelta ha anche un forte significato geopolitico: indebolisce il coordinamento regionale sul greggio e avvicina Abu Dhabi all’orbita americana.

Ma Teheran va oltre: lo stesso 4 maggio, per la prima volta dall’entrata in vigore del cessate il fuoco siglato l’8 aprile, colpisce gli Emirati con missili e droni, uno dei quali si abbatte proprio contro gli impianti di Fujairah. Il messaggio agli Usa è chiaro: “Project Freedom” è un’ingerenza militare nelle acque che l’Iran considera sotto la propria giurisdizione e non è in grado di garantire il passaggio sicuro delle navi “amiche” di Washington. Altrettanto chiaro è il messaggio rivolto ad Abu Dhabi: siete troppo vicini non solo agli Usa ma anche a Israele.

Negli anni Abu Dhabi è diventata un avamposto occidentale nel Golfo Persico, al punto da emergere come come il partner più dinamico, affidabile e operativo degli Stati Uniti, affiancando e in alcuni ambiti superando l’Arabia Saudita. Fin dal 1994 con il Defense Cooperation Agreement USA–EAU gli Stati Uniti hanno ottenuto accesso alle basi emiratine. Nel 2017 il rinnovo dell’accordo ha ampliato la collaborazione nella difesa aerea e nella condivisione dell’intelligence. Centrale è diventata la Al Dhafra Air Base, che per Teheran rende gli Emirati una vera e propria piattaforma avanzata americana, in grado di sostenere operazioni come “Project Freedom” e incidere sugli equilibri nello Stretto di Hormuz.

A preoccupare ancor di più Teheran è l’avvicinamento tra Abu Dhabi e Tel Aviv. Agli Accordi di Abramo firmati il 15 settembre 2020 e patrocinati da Donald Trump, che hanno normalizzato i rapporti, sono seguiti una nuova intesa nel campo della difesa nel 2021 e il Comprehensive Economic Partnership Agreement del 2022. Negli ultimi anni la cooperazione si è estesa a sistemi anti-drone, intelligence e sicurezza marittima. Nei giorni scorsi Axios e Cnn hanno riferito di un debutto operativo negli Emirati di Iron Dome, il sistema di difesa con cui Tel Aviv intercetta missili a corto raggio, colpi d’artiglieria e droni.

Tutte queste evoluzioni hanno rafforzato nel regime degli ayatollah la percezione di una Abu Dhabi sempre più autonoma, vicina all’Occidente e intenzionata a trasformare la crisi di Hormuz in un vantaggio strategico ed energetico. Anche per questo Teheran sembra aver scelto gli Emirati come nuovo principale avversario nella regione.

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