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‘Vietato arrendersi’, il libro che raccoglie le storie di chi ha messo in gioco la vita per conquistare i propri diritti

Dalla Siria alla Bielorussia, da Gaza a Hong Kong, nel libro di Laura Cappon e Gianluca Costantini (in uscita il 15 maggio) si trovano le storie di chi trasforma anni di detenzione in una battaglia legale, chi racconta la guerra mentre la sta vivendo, chi continua a protestare anche sapendo che potrebbe pagare un prezzo altissimo
‘Vietato arrendersi’, il libro che raccoglie le storie di chi ha messo in gioco la vita per conquistare i propri diritti
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Ci sono libri che spiegano il mondo e altri che provano, più semplicemente, a farlo incontrare. Vietato arrendersi appartiene alla seconda categoria: non costruisce un trattato sui diritti umani, non indulge nella teoria, ma mette in fila storie che rendono concrete le lotte diffuse per diritti e libertà che siano per tutti e tutte. Il punto di partenza è chiaro: i diritti spesso, in Paesi autoritari e che opprimono alcune categorie, vanno conquistati. Da qui prende forma una galleria di vite molto diverse — attivisti, studenti, avvocati, giornalisti — accomunate da una scelta precisa: esporsi. Non c’è eroismo costruito a tavolino, ma una normalità che a un certo punto si incrina. Persone che studiano, lavorano, progettano un futuro e che si trovano a fare i conti con arresti, repressione, guerra.

Il libro procede per ritratti, con una struttura che alterna contesti e geografie. Dalla Siria alla Bielorussia, da Gaza a Hong Kong, emergono storie in cui il conflitto non è mai astratto. È fatto di corpi, di carceri, di attese. C’è chi trasforma anni di detenzione in una battaglia legale, chi racconta la guerra mentre la sta vivendo, chi continua a protestare anche sapendo che potrebbe pagare un prezzo altissimo. Sono percorsi lunghi, spesso attraversano intere fasi della vita. Le vittorie, quando arrivano, a volte sono parziali e vanno mantenute con ulteriori lotte. Ma le sconfitte, però, non sono quasi mai definitive.

Il merito principale del libro sta nel linguaggio. Non banalizza, ma rende accessibile. Ed è una differenza sostanziale, soprattutto se il pubblico di riferimento è giovane. Qui non c’è la distanza del saggio né la freddezza della cronaca internazionale: c’è una narrazione che accompagna, che fornisce il contesto senza appesantirlo e che permette di entrare nelle storie senza sentirsi esclusi. In questo senso Vietato arrendersi funziona come una porta d’ingresso. Avvicina temi complessi — diritti civili, repressione, dissenso — senza abbassare il livello, ma cambiando prospettiva: non più i grandi eventi, bensì le persone che li attraversano. È un’operazione che ha anche un valore didattico perché restituisce concretezza a parole spesso consumate dall’uso. La struttura episodica, inevitabilmente, lascia qualche vuoto. Alcune vicende si interrompono quando il lettore vorrebbe approfondire, altre restano sospese in un presente ancora incerto. Ma è anche il limite — o forse la coerenza — di un libro che racconta processi in corso, senza la comodità di un finale.

Alla fine resta soprattutto questo: la sensazione che dietro ogni notizia ci sia una biografia e che la partecipazione, anche quando sembra inutile, produca sempre un effetto. Non sempre visibile, non sempre immediato, ma reale. Ed è proprio questa consapevolezza, più che qualsiasi retorica, a rendere il libro utile per chi si affaccia per la prima volta a queste storie. È qui che il titolo smette di essere uno slogan e diventa una chiave di lettura. Vietato arrendersi non indica un ottimismo facile, né la certezza di un esito positivo. Racconta piuttosto una postura: quella di chi continua anche quando il risultato non è garantito, quando il contesto è ostile, quando tutto suggerirebbe il contrario. Le storie raccolte nel libro mostrano che “non arrendersi” non significa vincere, ma restare dentro le cose, attraversarle, insistere. Ed è proprio questa ostinazione, più che l’eccezionalità dei protagonisti, a rendere quelle vicende riconoscibili e, in qualche misura, trasmissibili.

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