Trump dichiara “terminata” la guerra con l’Iran per aggirare il voto (obbligatorio) del Congresso: rischiava la sconfitta al Senato
La guerra con l’Iran “è terminata”. Lo ha fatto sapere Donald Trump al Congresso, allo scadere dei 60 giorni che la legge gli dà per condurre operazioni militari senza l’autorizzazione di deputati e senatori. L’affermazione appare di dubbia costituzionalità, ha sollevato proteste a malumori a Capitol Hill e rientra in una strategia che mira in modo sempre più chiaro ad aggirare i controlli del legislativo sull’esecutivo. Più volte, negli ultimi mesi, l’amministrazione ha venduto armi a Paesi esteri senza passare dal voto del Congresso.
È la War Powers Resolution a obbligare il presidente degli Stati Uniti a ottenere l’autorizzazione del Congresso per operazioni militari più lunghe di 60 giorni. “Non c’è stato alcuno scambio di fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran dal 7 aprile 2026. Le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate”, ha scritto Trump nella sua lettera a deputati e senatori in cui dunque afferma di non aver più bisogno di alcuna autorizzazione. La strategia era stata annunciata giovedì scorso in un’audizione al Senato del segretario alla difesa Pete Hegseth, secondo cui il cessate il fuoco in corso con l’Iran interrompe “il conto alla rovescia dei 60 giorni”.
Trump aveva a disposizione diverse opzioni. Poteva decidere di chiedere al Congresso una proroga di 30 giorni – durante i quali avrebbe però potuto solo ordinare il rientro delle truppe negli Stati Uniti. Avrebbe potuto appellarsi ai precedenti di Bill Clinton in Kosovo e di Barack Obama in Libia che con diverse motivazioni – per esempio che un’offensiva aerea non mette a rischio i soldati Usa – avevano disatteso e oltrepassato la scadenza dei 60 giorni. Oppure poteva decidere di chiedere a deputati e senatori il consenso alle sue operazioni in Medio Oriente.
Il presidente ha deciso altrimenti. Del resto, i segnali che gli venivano dai democratici e da diversi tra gli stessi Repubblicani non erano per nulla incoraggianti. Nei giorni scorsi la senatrice Susan Collins era stata la prima repubblicana ad affermare chiaramente che la scadenza imposta dalla War Powers Resolution non è “una suggestione, è un obbligo”, lasciando anche intendere di essere orientata a votare contro il prosieguo della guerra a tempo indeterminato. Per Trump il rischio di un voto contrario, soprattutto da parte del Senato, era reale. Il ‘No’ avrebbe innescato uno scontro furibondo con il Congresso, nel momento in cui la popolarità del presidente appare in picchiata. L’ultimo sondaggio Washington Post/ABC News/Ipsos mostra che il 62% degli americani disapprova il suo operato. Meglio, quindi, evitare lo scontro. Meglio aggirare l’ostacolo. Più prudente dire che la guerra non c’è più.
È quello che Trump ha fatto, riservandosi comunque una stoccata pesante contro deputati e senatori. “Non credo che quanto chiedono sia costituzionale. È gente non patriottica”, ha spiegato ricordando appunto che diversi presidenti del passato hanno “oltrepassato” il limite dei 60 giorni. L’annuncio non pare comunque destinato a placare le tensioni in essere tra amministrazione e ampi settori del Congresso. L’esercito Usa è ancora impegnato in un blocco navale volto a costringere Teheran alla resa. Il presidente nelle scorse ore ha annunciato di voler “aiutare le navi ferme nello Stretto di Hormuz”. Senza contare che 50mila soldati americani restano nell’area. La guerra non è dunque finita. Raid e bombardamenti statunitensi e israeliani potrebbero ripartire a breve, nel caso i negoziati dovessero definitivamente fallire.
Di qui l’accusa che i democratici muovono alla Casa Bianca: quella di aver ancora una volta aggirato i poteri di controllo del Congresso. È accusa che nelle ultime ore è stata lanciata anche in relazione a un altro evento di carattere militare. L’amministrazione ha approvato la vendita di armi per 8,6 miliardi di dollari agli alleati in Medio Oriente, per rafforzarli “contro eventuali attacchi da parte dell’Iran”. La vendita è avvenuta senza la necessaria autorizzazione del Congresso, citando “circostanze di emergenza”. Dall’inizio del secondo mandato di Trump, è la terza volta che l’amministrazione invoca un’autorizzazione di emergenza per aggirare il voto. In questa occasione, in particolare, sono stati venduti al Qatar Patriot per 4 miliardi di dollari e 2,5 miliardi di dollari in sistemi di difesa aerea al Kuwait. Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti riceveranno anche Advanced Precision Kill Weapon System, in grado di lanciare razzi a guida laser.
“Si tratta di un altro esempio profondamente preoccupante del disprezzo di questa amministrazione per l’autorità di controllo del Congresso”, afferma Gregory Meeks, democratico di New York. L’uso dello stato di emergenza per giustificare le proprie decisioni – dall’offensiva militare in Iran all’invio delle truppe nelle città per contrastare l’immigrazione illegale – è del resto diventata un elemento caratterizzante dell’azione di governo di Trump e dei suoi. Unita all’ondata di ordini esecutivi – praticamente su tutto, dalla legislazione ambientale a quella sulla salute pubblica al welfare al diritto di cittadinanza -, questa strategia ha permesso all’amministrazione di aggirare i controlli del Congresso, mettendo a serio rischio, secondo molti, il sistema di checks and balances tipico di una democrazia. Una rilevazione Pbs/Npr dello scorso 23 febbraio notava che due terzi degli americani ritiene che il sistema di contrappesi tra Casa Bianca, Congresso e tribunali “non funziona più”. A ricordare il valore della divisione dei poteri è arrivato anche, di recente, re Carlo III. Parlando al Congresso, in un discorso disseminato di battute ed espressioni di cortesia, il re ha trovato però il modo di ricordare all’America che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789 a oggi, “come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri”.