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Crisi di Ilva e Stellantis, industria in rosso e shopping straniero sulle aziende italiane: il sonno di Urso genera mostri

Produzione giù da 3 anni, complici acciaio e auto, cassa integrazione esplosa e si arrabbiano anche gli industriali. Mentre 255 imprese sono passate di mano. Alla faccia del made in Italy
Crisi di Ilva e Stellantis, industria in rosso e shopping straniero sulle aziende italiane: il sonno di Urso genera mostri
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Se il primo governo guidato dagli eredi del Movimento sociale italiano viene spesso descritto come uno dei più divisivi della storia repubblicana, c’è un ministro che mette tutti d’accordo. Perfino sindacati e industriali, più volte dalla stessa parte della barricata in questi anni strani, durante i quali un dicastero che ha come missione fondativa la difesa della sovranità industriale italiana si è ritrovato a non muovere un dito, o quasi, di fronte allo shopping compulsivo di fondi e multinazionali interessati a imprese di casa nostra. Più avvezza alle dichiarazioni che alle azioni, finita nel mirino di opposizioni e comici, la vita ministeriale di Adolfo Urso, titolare delle Imprese e del Made in Italy si dice a tratti indigesto perfino a Giorgia Meloni, è stata sommersa da numeri in rosso, vertenze, tavoli di crisi, cassa integrazione ed è sempre più esposta alle intemperie della situazione geopolitica. Al di là del panorama mondiale terremotato, il problema è che in tre anni ormai abbondanti non sembra essere mai riuscito a dare una visione, una prospettiva di dove debba andare l’industria italiana nel mare in tempesta, più impegnato a esternare mirabolanti idee e annunci di accordi spesso disattesi. Il quadro – incontrovertibilmente – è desolante.

La casa in fiamme

Prendete la produzione industriale: nel 2025 ha fatto segnare il terzo anno consecutivo in rosso con un -0,2% seguito ai crolli del 2023 e 2024. Alla faccia del “rinascimento” di cui Urso si è vantato a più riprese. Tra le flessioni più pesanti anno su anno quella delle industrie tessili e di abbigliamento, pelli e accessori (-3,4%), la fabbricazione di prodotti chimici (-3,6%), e l’industria del legno, della carta e della stampa (-2,9%). Se l’occupazione regge, è esclusivamente grazie alla cassa integrazione. In un recente report, la Fiom-Cgil ha segnalato che nel 2025 sono state autorizzate oltre 300 milioni di ore: lo strumento, secondo i calcoli del sindacato, ha sostanzialmente salvato 148mila posti di lavoro. Un numero quasi coincidente con i 138.469 dipendenti che sono coinvolti nei 114 tavoli di crisi e monitoraggio che risultavano aperti al ministero a gennaio: sono 7.434 persone e 11 aziende in più rispetto ai dodici mesi precedenti. La casa è in fiamme mentre l’inquilino sembra assopito.

Centinaia di aziende in mani estere

Uno spaccato al quale si aggiunge la cessione di 255 aziende a investitori stranieri dall’insediamento del governo Meloni. A passare di mano, ha fatto di conto l’Ufficio studi della Fiom guidato da Matteo Gaddi, non sono stati solo giganti come il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà è scivolata dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors. Ma anche gioielli come Piaggio Aerospace ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori, e la Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, adesso della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altri sessanta e rappresentano spesso il primo passo per un’acquisizione definitiva.

Il dossier Stellantis

Se l’immobilismo ursiano sulla raffica di passaggi di proprietà è uno dei motivi di un processo innescato da altri fattori, tra i capolavori della sua gestione c’è sicuramente il declino di Stellantis. Il ministro è l’uomo che più di tutti ha gestito il dossier Stellantis dopo la fusione tra Fca e Psa. I danni sono sotto gli occhi di tutti. La produzione nazionale di automobili ha fatto registrare la sua peggior annata dell’era moderna nel 2024, un dato immediatamente peggiorato nei dodici mesi successivi. Nonostante Urso avesse immaginato di impostare, durante il suo mandato, le condizioni per raggiungere 1 milione di veicoli assemblati entro il 2030. La storia sta raccontando tutt’altro: 213.706 auto sfornate nel 2025. Mai così poche dal 1954, quando furono 181mila, e numeri più che dimezzati rispetto al 2023. Eppure il ministro, alla fine del 2024, aveva festeggiato una sorta di accordo con i manager del gruppo franco-italiano: solo Il Fatto Quotidiano aveva fatto notare come molte di quelle presentate come “novità” fossero in realtà missioni già previste spacciate per ulteriori investimenti.

Investimenti cancellati ed esodi incentivati

Così, ora, pur continuando Urso a rivendicare la bontà delle intese, la situazione è tragica: una raffica di ammortizzatori sociali, la cancellazione dell’investimento nella gigafactory di Termoli, migliaia di esodi incentivati e lo spettro di un’intesa tra Stellantis e costruttori cinesi per la co-gestione di una fabbrica, Cassino, ormai sostanzialmente ferma da mesi. Per il ministro sono stati salvati migliaia di posti di lavoro (nonostante oltre 1.000 esuberi pagati solo da gennaio) e quel piano rimetterà in moto le fabbriche. Un dato su tutti: la principale novità presentata, la 500 ibrida a Mirafiori, avrebbe dovuto generare 100mila vetture all’anno. Nel primo trimestre del 2026 ne sono state prodotte 14.000: la proiezione a fine anno supera di poco il 50% del numero annunciato. La colpa? Il mantra di Urso è l’Europa e la sua transizione green a tappe forzate. Ma che l’Italia abbia problemi specifici è del tutto evidente volgendo lo sguardo alla Spagna, un Paese che ha saputo attrarre costruttori da tutto il mondo, cinesi compresi, e nel quale la sola Stellantis ha prodotto quasi 1 milione di veicoli, il quadruplo dei volumi generati in Italia.

L’Ilva, la regina dei pasticci

Non è andata molto meglio sull’acciaio, con la madre di tutte le vertenze, quella di Ilva, a bagnomaria da anni. Dopo la decisione di rompere con ArcelorMittal, sollecitando l’amministrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia, il ministro si è incartato. Aveva promesso un passaggio di mano rapido, con una gara veloce e trasparente per spingere sulla decarbonizzazione. Un obiettivo fallito. Il bando, più lento e tortuoso degli auspici, si era chiuso con l’avvio di una trattativa con Baku Steel. Gli azeri hanno però mollato il colpo nella primavera del 2025 prima del closing. Per il ministro le ragioni sono da ricondurre agli interventi della magistratura e ai paletti degli enti locali, ma nessuno ha mai smentito che l’allontanamento sia stato dovuto agli altissimi costi per spingere verso il green un’acciaieria che al momento genera un rosso mensile di decine di milioni di euro e arriva a stento a 2 milioni di tonnellate prodotte all’anno. Riaperta la gara, attualmente sul piatto c’è una trattativa in esclusiva con Flacks Group, family office americano senza alcuna esperienza nella siderurgia. Il rischio di ritrovarsi con un fondo senza una struttura industriale, interessato più a speculare che a rilanciare, ha riportato il Mimit a bussare alla porta degli indiani di Jindal Steel. Un eterno gioco dell’oca, mentre gli impianti vetusti garantiscono sempre meno sicurezza sul lavoro e gli ammortizzatori sociali sono appena stati rinnovati per 4.450 dipendenti. Intanto, Ilva è un’idrovora di soldi pubblici: entro ottobre servirà una nuova iniezione di risorse che garantiscano l’integrazione del salario ai cassintegrati e la continuità produttiva.

E anche gli industriali…

La situazione è così tragica che perfino pezzi di Confindustria caldeggiano ormai un salvataggio temporaneo da parte dello Stato, anche perché l’acciaio è decisivo per intere filiere. La tensione con gli industriali è alta da mesi. Recentemente una nuova scintilla ha scosso i rapporti: i pasticci su Transizione 5.0, la misura che garantisce sgravi fiscali a chi investe su macchinari che garantiscono una riduzione dei consumi. La misura vide la luce nel novembre 2023 e fu subito polemica: nonostante una dotazione di 6,3 miliardi di euro, erano stati richiesti appena 600 milioni a causa della burocrazia. Di fronte alle proteste di Confindustria, il ministero aveva semplificato l’iter. Tutti contenti, se non fosse che il 6 novembre scorso la dotazione è stata tagliata da 6,3 a 2,5 miliardi nonostante le richieste arrivate ammontassero a 3,4 creando migliaia di “esodati”. In fretta e furia venne impostato un decreto per riassorbire nella misura i progetti – alla fine se ne conteranno 7.417 – arrivati entro il 27 novembre con uno stanziamento da 1,3 miliardi inserito in Manovra. A fine marzo 2026, un altro pasticcio: il Consiglio dei ministri ha deciso di tagliare il credito d’imposta del 65% riducendo lo stanziamento da 1,3 miliardi a 537 milioni. Così in 7.417 si sono ritrovati, di nuovo, in mezzo al guado: investimenti fatti, ma rimborsi decurtati o cancellati. Nel giro di quarantott’ore, l’ennesima strambata: i fondi sono ritornati, perfino potenziati. Fino alla prossima ursata.

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