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Stellantis verso un accordo con Dongfeng su 4 fabbriche Ue: c’è anche Cassino. E il governo Meloni apre

L'intesa prevede la condivisione o la completa cessione per ridurre la sovraccapacità produttiva in Europa. Coinvolti anche Rennes e Madrid, dove ci sono già stati sopralluoghi
Stellantis verso un accordo con Dongfeng su 4 fabbriche Ue: c’è anche Cassino. E il governo Meloni apre
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La Cina si avvicina, anzi questa volta sembra essere davvero a un passo dal mettere piede nel mondo dell’automotive in Italia. Lo farà attraverso le fabbriche di Stellantis, con il benestare del governo. Dopo mesi di voci e indiscrezioni, prende forma il piano del gruppo franco-italiano per ovviare alla sovraccapacità produttiva nel nostro Paese e, più in generale, in Europa. Sul piatto c’è un accordo con Dongfeng, storico partner cinese della parte francese Psa, per la condivisione di spazi in stabilimenti sottoutilizzati o per una completa cessione dei siti. E tra questi figura anche la fabbrica di Cassino, in provincia di Frosinone, che sta vivendo una crisi senza precedenti con volumi tali da portare a un numero di giornate di chiusura e fermo produttivo ormai maggiore rispetto a quelli in cui gli operai assemblano i modelli assegnati.

L’interlocuzione in corso non riguarda solo Dongfeng: Stellantis sta trattando anche con Xiaomi e Xpeng, come riportato da Bloomberg a marzo. Già in quel momento, Ilfattoquotidiano.it sottolineò come Cassino sarebbe stata coinvolta in caso di definizione del piano. Ed è sempre l’agenzia di stampa finanziaria, ora, a dettagliare quale sarebbe lo scenario – ancora in itinere – che potrebbe delinearsi nel medio periodo se si dovesse giungere al deal. Stellantis ha infatti individuato i siti interessati: Cassino, Madrid, Rennes e un quarto impianto europeo verrebbero condivisi con il partner cinese. Nelle settimane passate, i manager di Dongfeng hanno già effettuato sopralluoghi nelle fabbriche francesi e spagnole. Per quanto riguarda l’Italia, sostiene Bloomberg, anche se momento non sono state prese decisioni finali, il governo Meloni ha espresso apertura alla possibilità che i cinesi inizino a produrre a Cassino.

La strategia di Stellantis appare chiara, alla luce di un sottoutilizzo ormai sistemico degli impianti europei, dove ha già previsto la dismissione dell’assemblaggio a Poissy entro il 2030: creare una sorta di “coworking” con propri partner in cambio di supporto nel mercato asiatico concentrando al contempo i suoi investimenti negli Stati Uniti, piazza più redditizia e centrale per salvare i conti del gruppo dopo il profondo rosso del 2025 legato alla sterzata sull’elettrico. L’Italia, ridotta a volumi ridicoli negli scorsi dodici mesi e solo in flebile ripresa nel primo trimestre dell’anno, è certamente uno dei Paesi coinvolti nella ristrutturazione.

Come già nelle precedenti anticipazioni, Stellantis non commenta né smentisce, nonostante i maggiori dettagli, limitandosi a parlare di “normale attività” nella quale “intrattiene discussioni con diversi operatori del settore in tutto il mondo su varie tematiche, sempre con l’obiettivo finale di offrire ai clienti le migliori opzioni di mobilità”. La mossa dell’amministratore delegato Antonio Filosa e quello che Bloomberg descrive come un sostanziale via libera del governo finiscono per rovesciare l’atteggiamento avuto dal suo predecessore Carlos Tavares quando era in corso il braccio di ferro con il ministro delle Imprese Adolfo Urso nella prima parte di legislatura.

Nel 2024 di fronte al crollo produttivo, infatti, il governo Meloni aveva lasciato trapelare l’intenzione di favorire l’arrivo di un costruttore cinese, rompendo il monopolio del gruppo figlio dell’epopea Fiat. Un’idea di fronte alla quale Stellantis aveva reagito duramente, minacciando “ripercussioni”. Poi era arrivata la grande pace, nonostante la situazione stesse ulteriormente peggiorando. Il progetto che va delineandosi ora finirebbe per accontentare tutti: Filosa troverebbe una soluzione a saldo zero per la gestione di una fabbrica come Cassino, sostanzialmente ferma e senza nuove missioni produttive, e il governo potrebbe dormire sonni meno agitati sotto il profilo dell’occupazione.

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