Le retribuzioni dal 2005 a oggi

Quale sarà l’evoluzione delle retribuzioni in Italia? Sul tema, il dibattito pubblico è spesso caratterizzato da una certa confusione. Anche perché negli ultimi anni diversi indicatori hanno fornito segnali tra loro non sempre coerenti, restituendo immagini molto diverse dell’economia italiana a seconda del punto di osservazione. Cerchiamo qui di fare un po’ di chiarezza.

È utile partire, allora, dalla misura che riteniamo la migliore per cogliere l’andamento dei salari: le retribuzioni orarie reali, ovvero le retribuzioni per ora lavorata al netto dell’inflazione. Si tratta dell’indicatore probabilmente più affidabile per valutare l’evoluzione del potere d’acquisto del lavoro, anche perché è quello che, almeno in teoria, dovrebbe riflettere più direttamente l’andamento della produttività.

La figura 1 mostra la dinamica delle retribuzioni orarie reali dal 2005 a oggi, distinguendo tra contratti collettivi nazionali (Ccnl) reali per ora lavorata e la compensazione reale per ora lavorata. La differenza tra i due indicatori è che il primo riflette solo l’evoluzione dei contratti collettivi al netto dell’inflazione, mentre il secondo include la contrattazione di secondo livello oltre alle altre forme di retribuzione in busta paga per ora lavorata.

Nel periodo che va dalla metà degli anni Duemila fino alla vigilia della pandemia, il potere d’acquisto per ora lavorata è cresciuto di circa il 5 per cento. Non si tratta di una crescita particolarmente brillante, ma è comunque non molto distante da quella registrata negli Stati Uniti nello stesso arco temporale. Detto questo, la ragione per la quale i lavoratori in Italia non hanno sentito i benefici dell’aumento delle retribuzioni orarie reali risiede nel fatto che le ore lavorate per addetto (figura 2) in quello stesso periodo sono calate di circa 5 punti, ovvero hanno compensato il beneficio. Quel poco che era migliorato nel mercato del lavoro è stato eroso dal calo delle ore lavorate; e il calo non è stato un sintomo di maggiore produttività ma piuttosto di uso più diffuso di contratti precari.

Il quadro cambia radicalmente a partire dal 2020. L’impennata dell’inflazione ha determinato una forte compressione dei salari reali, con una perdita di potere d’acquisto nell’ordine del 15 per cento. Solo a partire dal 2022, con il progressivo rientro delle pressioni inflazionistiche e il rinnovo di diversi contratti collettivi, si è avviato un lento recupero. Nonostante questo miglioramento, tuttavia, il livello delle retribuzioni orarie reali dei Ccnl rimane ancora oggi leggermente inferiore rispetto a quello del 2005 e circa sette punti percentuali al di sotto del picco raggiunto nel 2019 (stesso ordine di grandezza per la compensazione reale per ora lavorata che a fine 2025 rimaneva circa 6 punti sotto il livello pre-pandemia). Un dato che aiuta a comprendere perché, al di là delle diverse letture possibili, la percezione di stagnazione salariale continui a essere così diffusa.

Figura 1a – Retribuzioni orarie (Ccnl) reali – Indice (2005=100)
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