Crime

“Serena Mollicone andò in caserma per Tuzi, non per i Mottola. Tra loro c’era un patto amichevole, un segreto”: la salma del brigadiere verrà riesumata dopo la rivelazione del criminologo Lavorino

di Alessandra De Vita
“Serena Mollicone andò in caserma per Tuzi, non per i Mottola. Tra loro c’era un patto amichevole, un segreto”: la salma del brigadiere verrà riesumata dopo la rivelazione del criminologo Lavorino

I colpi di scena non sono mai mancati nel Delitto di Arce. A quelli giudiziari, si aggiunge ora uno scenario che, dopo 25 anni, ci pone davanti a una ipotesi del tutto nuova sull’omicidio irrisolto di Serena Mollicone: studentessa di 18 anni scomparsa il 1° giugno 2001 ad Arce e ritrovata senza vita due giorni dopo nel boschetto di Fontecupa con una busta di plastica legata intorno al collo e mani e piedi legati.

Un nuovo scenario

Ecco la nuova ipotesi: a farla é il criminologo Carmelo Lavorino, che ritiene che tra Serena Mollicone e il brigadiere Santino Tuzi (morto suicida nel 2008) ci fosse un “patto amichevole, un segreto” e che la 18enne avrebbe dovuto incontrare lui, non la famiglia Mottola, quel giorno in caserma. Lavorino ne ha parlato come ospite del programma “Incidente Probatorio” in diretta su Canale 122 Fatti di Nera dove ha ipotizzato un presunto legame tra Mollicone e Tuzi. Secondo Lavorino, il brigadiere Tuzi avrebbe mentito: “Fino a quel momento (marzo 2008, ndr) aveva detto di non conoscere Serena Mollicone, e di non averla quindi mai vista in caserma e nemmeno altrove. Quando hanno riferito che nella caserma di Arce erano state trovate delle tracce biologiche della diciottenne, lui ha cambiato versione e si è assunto la responsabilità della conoscenza e della presenza di Serena, ma le ha spostate e dirottate verso un soggetto innocente”. (Fonte: Fanpage) Lavorino si riferisce a quanto disse Tuzi pochi giorni prima del suo controverso suicidio che ha destato non pochi dubbi, generando un altro mistero nel giallo di Arce.

Cosa disse Tuzi

Pochi giorni prima del suo suicidio nell’aprile 2008, Tuzi dichiarò agli inquirenti di aver visto Serena Mollicone entrare nella caserma di Arce proprio intorno alle ore 11 del 1º giugno 2001. Aggiunse inoltre di non averla mai vista uscire. Tuzi fu scelse di dire quanto sapeva sulla presenza della ragazza in caserma nel corso dell’interrogatorio del 28 marzo 2008. Successivamente, alcuni colleghi hanno riferito che Tuzi non aveva inizialmente menzionato di aver visto Serena entrare, alimentando i dubbi sulla veridicità delle sue rivelazioni. D’altra parte, secondo alcune testimonianze processuali, tra cui quella del carabiniere Gabriele Tersigni, Tuzi gli manifestò la forte paura di essere “incastrato” nei giorni immediatamente precedenti al suo suicidio. L’ipotesi che Tuzi si sia tolto la vita non ha mai convinto i familiari del brigadiere e questi dubbi sono tornati prepotentemente a galla nei giorni scorsi, a causa di una nuova perizia tecnico-balistica (dove si parla di assenza di impronte sull’arma) che ipotizza l’omicidio anziché il suicidio.

Il processo ai Mottola

Il criminologo Lavorino è anche il consulente legale dei Mottola che, lo ricordiamo sono stati imputati per il delitto di Serena. Parliamo di Franco Mottola: ex maresciallo e comandante della stazione dei Carabinieri di Arce, di sua moglie Anna Maria e di suo figlio Marco. I tre sono stati rinviati a giudizio insieme a due carabinieri: Francesco Suprano (accusato di favoreggiamento) e Vincenzo Quatrale, ex vicecomandante della caserma. Quest’ultimo era stato accusato di “concorso esterno in omicidio e istigazione al suicidio di Tuzi. I cinque sono stati assolti nei primi due gradi di giudizio per insufficienza di prove ma nel marzo 2025, la Corte di Cassazione ha annullato tali assoluzioni, disponendo un nuovo processo di appello (Appello-bis) che è iniziato alla fine del 2025.

La richiesta di riesumazione

Mentre procede il processo bis ai Mottola, proprio oggi, 28 aprile 2026, la famiglia di Santino Tuzi ha intanto presentato istanza ufficiale alla Procura per la riesumazione del corpo del brigadiere e per nuove analisi sulla pistola. A quanto si apprende da fonti legali della famiglia, gli accertamenti punterebbero su anomalie nella traiettoria del proiettile e sulla posizione dell’arma, elementi che farebbero propendere per l’ipotesi di un omicidio. “Chiediamo che la salma di mio padre torni a parlare”, ha dichiarato Maria Tuzi a margine della conferenza stampa nell’anniversario della morte. “Vogliamo che si faccia luce su ogni ombra, utilizzando le moderne tecnologie forensi oggi a disposizione”. Questa nuova iniziativa legale segue la perizia tecnica di parte redatta da Dario Sangermano. L’11 aprile scorso Sangermano ha illustrato i risultati della consulenza in una conferenza stampa affermando che: “Non c’è certezza che abbiano sparato al brigadiere Tuzi, ma neanche che si sia sparato. Sappiamo però che aveva un appuntamento con una persona e che quando i suoi colleghi sono arrivati lo hanno trovato morto. Ma nulla da quanto emerge dalla consulenza ci può garantire che si sia suicidato”.

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