“Beatrice Venezi licenziata? È la vittoria del teatro e di Venezia”: parla l’ex sovrintendente della Fenice
“È stata una città intera a dire che Venezia era inadeguata per quel ruolo. Finalmente se n’è accorto anche il sovrintendente, dopo le parole offensive non solo verso il teatro, ma l’intera Venezia, parole irricevibili. È la conclusione, nella sola maniera possibile, di un rapporto in realtà mai nato”. L’ex sovrintendente del teatro La Fenice, Cristiano Chiarot, in un’intervista a La Stampa commenta il “licenziamento” di Beatrice Venezi, la direttrice d’orchestra vicina al governo Meloni, accusata di scarsa competenza da musicisti e coristi e infine ‘licenziata’ dal teatro La Fenice dopo l’accusa di nepotismo all’orchestra. A deciderlo è stato il sovrintendente Nicola Colabianchi a cui il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha dato “piena fiducia”. “Non è solo la vittoria del teatro, questa è la vittoria di Venezia. Anche con i pochi abitanti che le sono rimasti, quando questa città si muove per reagire alle ingiustizie, allora può ottenere qualsiasi risultato”, ha aggiunto Chiarot. Viene chiesto se si attenda un passo indietro anche dal sovrintendente Colabianchi: al suo arrivo alla Fenice “nessuno ha avuto nulla da ridire. Poi, però, ha commesso un grandissimo errore, di cui sono felice si sia reso conto. Quanto al resto – osserva – tra un mese ci saranno le elezioni amministrative: credo che una riflessione sia doverosa, ma poi sarà il prossimo sindaco a decidere”. Ad una domanda se si possa dire che Venezi sia stata collocata dalla politica, Chiarot risponde che “è stato il sindaco Luigi Brugnaro ad ammettere che gli era stata imposta, ad ammettere di avere avuto pressioni da Roma. Dopodiché, comprendo i tentativi per difendere la scelta. Ma era una scelta indifendibile”. L’ex sovrintendente spiega poi che “nessuno avrebbe negato a Venezi la direzione di un’opera. Ma il ruolo di direttore musicale è differente: è un riconoscimento che si conquista dopo la gavetta nei teatri”.
La decisione della fine della collaborazione di Venezi con La Fenice è arrivata poco più di 24 ore dopo l’ultima polemica di cui è stata protagonista la direttrice d’orchestra, esplosa per via di una sua intervista pubblicata sul quotidiano argentino La Naciòn. “Io non ho padrini – aveva detto, rispondendo alle domande del giornalista -, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Un’affermazione dalla quale già ieri Colabianchi aveva preso le distanze, dicendosi in disaccordo e sottolineando “l’ottima qualità” dei musicisti della Fenice. “Tali affermazioni – rimarca oggi tramite la Fondazione -, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’orchestra”.
Le proteste da parte delle maestranze del teatro veneziano per una nomina avvenuta, a loro giudizio, con modalità poco trasparenti e per un curriculum “non comparabile” a quello dei precedenti direttori musicali – già al centro del concerto in Campo Sant’Angelo dello scorso ottobre, quando l’Orchestra aveva suonato l’Inno di Mameli e il Va, Pensiero – da mesi hanno travolto direttamente anche lo stesso sovrintendente. Per Colabianchi in più occasioni sono state chieste le dimissioni. L’ultima volta quando poco prima dell’inizio del concerto del 24 aprile in sala si è sentita una voce gridare “Colabianchi dimettiti!”, seguita da una pioggia di volantini lanciati dai loggioni. E oggi la Fondazione ribadisce l’impegno “nella promozione di un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica”. L’auspicio del ministro Giuli è che “tale scelta possa sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni d’ogni ordine e grado”.
Era stato proprio Colabianchi, lo scorso settembre, a nominare tra le polemiche Venezi come direttrice del teatro, con incarico di quattro anni a partire dal 1° ottobre 2026. Da allora l’orchestra e il coro sono enrati in stato di agitazione, ritenendo non all’altezza del prestigio della Fenice il curriculum della direttrice, vicina ideologicamente al centrodestra (è diventata nota per la sua richiesta di essere chiamata “direttore” e non “direttrice”). La protesta dei lavoratori era stata messa in atto con particolare evidenza alla prima dello scorso anno, con una pioggia di volantini in platea, e durante il concerto di Capodanno del 2026, a cui musicisti e coristi si erano presentati indossando una spilla con il disegno di una chiave di violino. A marzo, al momento della ratifica della nomina da parte del Consiglio d’indirizzo della Fondazione, si erano dimessi sia il consulente del Teatro Domenico Muti, figlio del celebre direttore d’orchestra Alessandro, sia Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo nominato dal governo. Anche alcuni abbonati storici avevano scritto ai dirigenti della Fondazione, presieduta dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, minacciando di stracciare la tessera. In questo quadro, l’intervista a La Nación ha innescato lo strappo definitivo.