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Meloni cambia strategia comunicativa dopo il referendum. Ma così emergono tutti i suoi limiti caratteriali

Se un leader appare stizzito e aggressivo il messaggio che passa al pubblico non è "ho ragione nel merito", ma "sono in difficoltà sotto pressione"
Meloni cambia strategia comunicativa dopo il referendum. Ma così emergono tutti i suoi limiti caratteriali
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di Carmelo Zaccaria

La strategia comunicativa di Meloni è improvvisamente cambiata dopo il referendum; svegliatasi dal torpore relazionale, sembra ora più disponibile a “metterci la faccia”, nel tentativo di recuperare consenso.

Da quando è a capo del governo, la premier ha tenuto in media una conferenza stampa al mese, previlegiando sempre formati comunicativi meno esposti al confronto, preferendo parlare direttamente ai cittadini, senza il filtro dei giornalisti, con dichiarazioni stampa lampo o messaggi video diretti (come la rubrica “Appunti di Giorgia”) dove poter esporre la sua versione dei fatti scansando domande scomode e “sfrigolamenti” dialettici dei soliti malintenzionati dell’opposizione; scegliendo di non partecipare quasi mai alle conferenze post Consiglio dei Ministri, delegando ai singoli titolari dei dicasteri la spiegazione tecnica e politica dei provvedimenti approvati.

Evitare dunque qualsiasi contraddittorio pubblico e schivare le trappole mediatiche. Ridurre al minimo gaffe o scivoloni su temi caldi che potrebbero alimentare polemiche. Da aprile 2026 c’è stata un’inversione di tendenza nella strategia di comunicazione. La premier ha deciso di esporsi in prima persona.

Così facendo però manifesta i suoi nefasti deficit caratteriali che rendono le sue posture espressive spesso controproducenti e inappropriate, a volte sconvenienti, rispetto al contesto comunicativo, interpretando ogni domanda come un guanto di sfida o un attacco pretestuoso, irragionevole, contro la sua persona e non come un esercizio del diritto di cronaca.

Se un leader appare stizzito e aggressivo, alza il sopracciglio e, oltretutto, contorna lo sguardo di smorfie di disprezzo, il messaggio che passa al pubblico non è “ho ragione nel merito”, ma “sono in difficoltà sotto pressione”.

Questa difficoltà ad accettare le critiche tradisce il suo ruolo istituzionale che invece dovrebbe trasmettere affidabilità e pacatezza. Oggi questo nuovo indirizzo comunicativo porta con sé un azzardo e un paradosso: quanto più cerca di mostrarsi presente per dimostrare coraggio politico, più espone quel lato caratteriale che abbiamo conosciuto oscillare tra vittimismo recriminatorio e adorante autocompiacimento.

Il passaggio dai video social al confronto fisico nelle conferenze stampa post-referendum ha messo a nudo proprio l’enorme lacuna di non saper gestire emotivamente il dissenso. È la difficoltà di chi, abituato a parlare a una curva di tifosi, si ritrova a dover gestire un’assemblea di azionisti che chiede conto dei numeri, non dei cori.

Inoltre lo schema del “vado dritto”, che è una sottocategoria infantile del linguaggio ducesco, non le si addice. Anzi, le si ritorce contro. Nella complessità del mondo attuale, dove la politica viene proiettata dentro un’arena orizzontale fatta di talk show, social e giornalismo d’assalto, la grinta e il falso cipiglio non sono sufficienti a convincere l’interlocutore. Se non possiede una profondità dialettica e una capacità di astrazione mentale, il leader si sente nudo davanti a domande insidiose e reagisce con l’emotività, che è il rifugio di chi non ha argomenti.

Nel suo registro linguistico fatalmente sparisce l’ironia che richiede distacco e sicurezza; e questo avviene spesso quando si sente sotto assedio, opponendo invece un sarcasmo livoroso. Ovviamente se non sai ridere di una critica, mostri di non saperla gestire. Persino l’uso del dialetto o delle inflessioni popolari che rappresentava un’arma di empatia in campagna elettorale diventa un segnale di regressione: quando mancano le parole per spiegare una strategia complessa, si torna alla lingua del rione per cercare protezione, ma a risentirne è la statura del leader che mostra tutte le sue carenze argomentative, tutta la sua pochezza intellettuale.

La soluzione sinora adottata è quella di rifugiarsi dentro un collaudato e minaccioso fortino di espressioni e riferimenti familiari. Oggi però quel fortino rischia di diventare la sua prigione culturale.

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