“Io non ho padrini, non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio“. È stata soprattutto questa frase al quotidiano argentino La Nación a costare il posto a Beatrice Venezi, “licenziata” dal sovrintendente del Teatro La Fenice che l’aveva nominata direttrice musicale a partire da ottobre. Ma nell’intervista, pubblicata giovedì scorso, la direttrice d’orchestra preferita dal governo esprimeva altri giudizi sferzanti sui lavoratori del teatro lirico di Venezia che contestavano la sua nomina, accusati non solo di nepotismo, ma pure di provincialismo e pigrizia culturale: “Non provengo da una famiglia di musicisti, sono una donna, ho 36 anni, sono la prima donna direttrice del Teatro La Fenice, e voglio portare un cambiamento. Questo è il punto principale. Hanno paura del cambiamento, del rinnovamento. È più facile rimanere ancorati alle vecchie abitudini. Ma è così che muore un teatro”, ha detto Venezi.
Crtiche che non risparmiavano neppure spettatori e abbonati: “A Venezia il pubblico è diviso. Abbiamo turisti che vedono un atto dell’opera e poi vanno a mangiare. Abbiamo abbonati, molti dei quali anziani, con le loro preferenze. Ma abbiamo anche giovani che vivono sulla terraferma e non vengono mai sull’isola. E noi non facciamo nulla per loro? La Fenice non ha mai collaborato con il Festival del Cinema o la Biennale d’arte. L’orchestra e il coro non lasciano quasi mai l’isola. Non è così che si raggiungono nuovi pubblici”, accusava. Contro l’intervista aveva protestato in una nota la rappresentanza sindacale dei lavorarori della Fenice: “Offendere i lavoratori e il pubblico del Teatro non è solo un atto di scortesia istituzionale, ma un attacco diretto all’identità stessa della nostra Fondazione”. E pure il sovrintendente Nicola Colabianchi, che a settembre aveva nominato Venezi, si era smarcato dicendo di “non condividere” le affermazioni. Fino alla scelta, due giorni dopo, di “annullare tutte le collaborazioni”.