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Caso Delmastro-Cospito, il pg di Roma chiede l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”

Nel corso della requisitoria il sostituto procuratore generale ha affermato che "non vi era certezza sulla segretezza" degli atti diffusi su cui "c'era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalata la riservatezza"
Caso Delmastro-Cospito, il pg di Roma chiede l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”
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Il 20 febbraio 2025 era stato condannato a 8 mesi, nel frattempo per l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sono arrivati altri guai: il caso bisteccheria e le dimissioni (solo post referendum). Oggi la Procura generale di Roma ha chiesto assoluzione per l’esponente di Fratelli d’Italia accusato di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al 41-bis e protagonista di un lungo sciopero della fame. Il pg ha chiesto di fare cadere le accuse con la formula perché il “fatto non costituisce reato”.

Il caso

Nel corso della requisitoria il sostituto procuratore generale, Tonino Di Bona, davanti ai giudici della terza Corte di Appello della Capitale, nel motivare l’assoluzione per Delmastro – presente in aula – ha affermato che “non vi era certezza sulla segretezza” degli atti diffusi su cui “c’era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalata la riservatezza”. Delmastro, che in via Arenula aveva la delega alle carceri, aveva rivelato al compagno di partito Giovanni Donzelli il contenuto di una relazione della polizia penitenziaria sui dialoghi di Cospito con alcuni boss mafiosi suoi compagni di reparto nel penitenziario di Sassari. E il 31 gennaio, durante una seduta della Camera, Donzelli aveva usato quelle informazioni per attaccare quattro parlamentari del Pd, Debora Serracchiani, Walter Verini, Andrea Orlando e Silvio Lai, accusandoli di vicinanza alla mafia per aver fatto visita all’anarchico qualche settimana prima (video). L’indagine era stata aperta dopo un esposto presentato in Procura dal parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli.

Le motivazioni della condanna di primo grado

Per i giudici, che lo avevano condannato, invece l’allora sottosegretario era consapevole della “delicatezza” delle informazioni che stava diffondendo. Il Tribunale ha ritenuto che l’episodio nascesse anche da un “refuso” presente nella relazione del Gruppo operativo mobile (GOM), che avrebbe generato un equivoco nella ricostruzione dei fatti legati al caso dell’anarchico. Secondo i giudici, il nodo riguarda la presunta coincidenza tra i colloqui tra Cospito e detenuti di criminalità organizzata e la visita dei parlamentari del Partito Democratico nel carcere di Sassari. In realtà, spiegano le motivazioni, “la presunta coincidenza (…) è frutto di un errore: la visita dei parlamentari avviene il 12.1.23, mentre il colloquio del Cospito (…) avviene l’11.1.23”.

L’errore sarebbe stato favorito dalla struttura grafica della relazione del Nucleo investigativo centrale, dove “sotto l’indicazione in grassetto della data 12 gennaio viene riportata la relazione del Gom che si riferisce però ad un colloquio avvenuto il giorno precedente”. Per i giudici, infatti, “quello che cattura immediatamente l’attenzione è la data del 12 in carattere grassetto, mentre la data dell’11, in caratteri normali è contenuta all’interno, tende a sfuggire”. Nonostante questo elemento, il Tribunale ritiene comunque sussistente la responsabilità penale, affermando che “le notizie comunicate dall’imputato all’Onorevole Donzelli rientrassero e rientrino nell’ambito del segreto di ufficio” e che la loro divulgazione abbia comportato “un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità”.

I giudici avevano respinto la tesi difensiva secondo cui Delmastro non si sarebbe reso conto della natura riservata delle informazioni, giudicandola poco credibile alla luce del suo profilo istituzionale: “Suona abbastanza singolare che le informazioni (…) siano state dall’imputato ritenute liberamente divulgabili”. Infine, viene sottolineato come la sua posizione di giurista e sottosegretario renda “inverosimile difetto di dolo”, rafforzando la convinzione che fosse consapevole della delicatezza e della riservatezza dei dati condivisi con il collega Giovanni Donzelli, poi utilizzati in un intervento alla Camera.

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