Tre anni di guerra in Sudan: qui essere dottore va ben oltre la medicina – la testimonianza di Jamila
di Jamila*, dottoressa Msf a Khartoum, Sudan
“Non venite più”, dicono. “È morto”. Ma il telefono continua a squillare: “Per favore, venite”, “sta sanguinando”, “sta morendo”.
Jamila guarda fuori dalla finestra. È alla centrale operativa delle ambulanze a Bahari, a Khartoum settentrionale, quando un edificio di fronte a lei viene bombardato. Sente suoni, esplosioni, spari. In pochi minuti, le persone scappano via. Alcune braccia portano dei corpi feriti, chiedono aiuto. I medici sono pronti, le ambulanze sono pronte, ma non possono partire: le strade sono già diventate troppo pericolose, ogni movimento costa la vita.
È il 15 aprile 2023. La guerra in Sudan è appena cominciata. Ma ancora oggi, nel paese, la distanza fra un medico e un paziente non è fisica: è politica. “Negli ultimi tre anni, essere un medico in Sudan va ben oltre la medicina. Significa rispondere a chiamate d’aiuto sapendo che non potrai raggiungere la persona che sta dall’altra parte del telefono”, racconta Jamila, dottoressa per Msf a Khartoum. “Qualcosa dentro di te in quel momento si frantuma. Perché sei un medico. E, improvvisamente, non puoi raggiungere le persone che hanno più bisogno di te”.
Da aprile 2023, quasi 14 milioni di persone nel paese sono state costrette ad abbandonare le proprie case e molte sono dovute fuggire più volte, perdendo tutto. Più di 2.000 persone sono state uccise e 720 ferite in 213 attacchi a strutture sanitarie in tutto il paese. Secondo l’Oms, in Sudan nel 2025 si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Nello stesso periodo, Msf ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, le strutture supportate e le forniture mediche.
“Le Forze di Supporto Rapido (Rsf) avanzavano nella città, strada per strada”, ricorda Jamila. “Ero l’unica donna in servizio. Avevo sentito racconti dal Darfur sulle violenze sessuali e su ciò che accade quando i gruppi armati prendono il controllo. Ma ora, mentre i combattenti dell’Rsf avanzavano per Khartoum, quei timori non erano più una prospettiva lontana. Siamo rimasti intrappolati nella base delle ambulanze per tre giorni, poi sono stata evacuata”.
Ma non tutti sono riusciti ad andare via da Khartoum: c’erano ancora persone che avevano bisogno di assistenza, pazienti da curare, vite da salvare. Jamila e il team hanno deciso di tornare. “Sono un medico. E in quei primi giorni di guerra a Khartoum, questo voleva dire rimanere; anche quando la città – e una parte di me – stava crollando. Non c’era più alcun sistema. Per settimane abbiamo tenuto tutto insieme con quasi nulla: improvvisando, razionando le scorte, compiendo scelte impossibili. Poi, Msf è arrivata in aiuto dell’ospedale. A poco a poco, qualcosa ha cominciato a cambiare. Si percepiva nell’ospedale. Le scorte sono diventate più affidabili. L’assistenza più organizzata e il sostegno ha iniziato a raggiungerci. Con Msf lì, era come se qualcuno si fosse messo al nostro fianco e ci avesse detto: continuate, noi siamo qui”.
Nel 2025, i team di Msf hanno curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica – inclusi feriti per arma da fuoco –, hanno fornito oltre 250mila visite mediche di emergenza e hanno condotto più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale. Nello stesso periodo, più di 15mila bambini sotto i 5 anni sono stati ricoverati nei programmi nutrizionali ospedalieri di Msf a causa di malnutrizione acuta.
“I rischi non sono scomparsi. La guerra non si è fermata. Ma non eravamo più completamente soli – e questo ha cambiato ciò che era possibile. Quei primi giorni a Khartoum erano una questione di sopravvivenza. Non solo per i pazienti, ma anche per noi. Avevamo paura. Eravamo esausti. Dubitavamo di noi stessi. Ma siamo rimasti. Perché i pazienti continuavano ad arrivare. Perché, anche se non potevamo salvarli tutti, potevamo comunque salvare qualcuno”.
*Il nome è stato modificato per garantire la sicurezza e la privacy della dottoressa
© Atsuhiko Ochiai/Msf