Occhialini da combattimento, tuta elegante, nera, sorridente più che mai, Zucchero ci accoglie in un noto hotel milanese per parlarci dei prossimi progetti. Il 15 maggio la data zero sold out al PalaUnical di Mantova che anticipa il tour internazionale prima della partenza con i concerti alla Royal Albert Hall di Londra. Poi a luglio sei appuntamenti negli stadi: il al Bluenergy Stadium – Stadio Friuli di Udine; 6 allo Stadio Dall’Ara di Bologna; 8 allo Stadio Adriatico di Pescara; 11 all’Arena Santa Giuliana (Umbria Jazz) di Perugia; 14 allo Stadio Franco Scoglio di Messina e 16 alle Mura Storiche (Lucca Summer Festival) di Lucca.
Non è un caso che il tour sia stato chiamato “Baila (sexy thing) 25th – Under the Moonlight”. Il singolo “Baila” è uscito il 22 giugno 2001 a mezzanotte per la prima volta tutte le radio italiane ed europee l’hanno suonata in simultanea. “E pensare che questa canzone è rimasta nel cassetto per tre anni – ci racconta l’artista -. Ma è accaduto anche altre volte. Poi quando ho iniziato a lavorare all’album ‘Shake’ ho deciso di riprendere in mano la canzone, che stavolta è nata in quindici minuti. Poi abbiamo pensato al singolo da lanciare e la discografica ha voluto puntare proprio su ‘Baila’, con mia sorpresa”.
Il brano ha conosciuto anche il successo internazionale: “Due anni dopo, da un incontro avvenuto in Sud America con i Manà, Fher, il cantante, mi ha chiesto di farne una versione con lui”. Il duetto oltre a diventare una hit in Sud America è stato presentato in un importante tour in America nel 2003 alla Royal Albert Hall di Londra nel 2004.
In scaletta oltre a ‘Baila’ non mancherà un’altra canzone storica “Diavolo in me”, incisa nel 1989. Il verso del brano “gloria nell’alto dei cieli, ma non c’è pace quaggiù”, rimane purtroppo tristemente attuale. “C’è una situazione nel mondo incredibile – ha detto Zucchero – lo stiamo vivendo ormai da anni con l’Ucraina, la Palestina, poi ci sono Trump, Putin, Netanyahu… Davvero incredibile. La cosa che mi fa rabbia è che ormai nessuno si stupisce più. Nessuna notizia sembra colpire l’opinione pubblica. Non vedo coesione. Io ne parlo spesso con i miei amici Bono, Bruce Springsteen, che di certo si sono esposti in maniera forte e chiara. Ma ne ho parlato anche con Bob Geldof con cui abbiamo fatto insieme tante cose, ma purtroppo non si riesce a fare qualcosa, oggi c’è tutto un discorso di interessi, di business, di paura. E poi penso a Roger Waters che per le sue posizioni ha visto annullati alcuni concerti”.
Quindi cosa si può fare? “Vedo che non c’è coesione, non c’è la spinta per un Live Aid, non c’è un Freddie Mercury che chiama a raccolta. I motivi sono tanti. Ho parlato con diversi manager americani e l’idea è che la linea da tenere è quella del low profile. ‘Meglio che gli artisti non si espongano troppo per evitare ritorsioni’. Censura? No. Però davvero non capisco perché c’è tutta questa paura nei confronti di Netanyahu. Forse perché perché l’80% del music-business mondiale è degli ebrei? Non voglio fare nessuna polemica ma solo avviare una riflessione”.