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Venezuela, i fratelli De Grazia: coinvolti nel traffico di petrolio e definiti “prigionieri politici” al Senato italiano

Le loro banche riciclavano con le Cripto i soldi del greggio rubato. Ma per Pier Ferdinando Casini “sono tutte scuse”. E Terzi di Sant’Agata (FdI) definisce la loro situazione “una questione umanitaria”
Venezuela, i fratelli De Grazia: coinvolti nel traffico di petrolio e definiti “prigionieri politici” al Senato italiano
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I mandati di scarcerazione (n. 165-26 e 166-26) sono sulla scrivania della direzione del carcere venezuelano di El Rodeo I. “Misura sostitutiva”, si legge nel documento. Tradotto: arresti domiciliari. Ma il colonnello Alexander José Martínez Endeiza temporeggia. E loro – Daniel De Grazia e Carmelo De Grazia, italiani con doppio passaporto – restano in cella dall’aprile 2024. Entrambi sono stati detenuti per “distrazione di beni, valori o beni pubblici”, “associazione a delinquere” e “tradimento alla Patria”. C’era anche un terzo, Levin De Grazia, che però è riuscito a evitare l’arresto. “È illegale”, denuncia la moglie di Carmelo, sottolineando che il colonnello “mantiene arbitrariamente detenute due persone”.

La loro vicenda è stata discussa nelle settimane scorse anche dal Parlamento italiano, con interventi dei senatori Pier Ferdinando Casini (Centristi per l’Europa), Giulio Terzi di Sant’Agata (FdI) e altri, che hanno denunciato le condizioni detentive di Daniel e Carmelo, annoverandoli però tra i connazionali detenuti in Venezuela per “ragioni politiche“. Hanno inoltre chiesto la loro “liberazione” (non prevista neppure dai mandati di scarcerazione) e il rispetto di alcuni diritti, come cure mediche – vista la loro delicata condizione di salute – e visite consolari finora negate.

Più complesso il quadro in Venezuela. Il loro cugino Americo De Grazia (già prigioniero politico), sostiene che Daniel e Carmelo siano vittime di estorsione da parte del controspionaggio militare: “Vogliono fargli firmare un documento in cui cedono la loro banca a José Simón Elarba (imprenditore vicino all’amministrazione di Caracas, ndr)”. Lo stesso De Grazia ammette che Elarba risulterebbe già “proprietario” di quella banca, che si chiama Bancamiga, fondata nel 2007 come banca di sviluppo e cresciuta sulle macerie di Novo Banco, filiale dell’istituto portoghese Espírito Santo a Caracas. Altre fonti sostengono che la loro permanenza in carcere sia “questione di soldi”: l’amministrazione di Delcy Rodríguez (foto) starebbe presentando i conti a “coloro che devono soldi” alla statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa). Succede a loro, i De Grazia, e anche ad altri, come Wilmer Ruperti, imprenditore vicino al chavismo detenuto alcune settimane fa.

Mentre si scrive non risulta che i due fratelli abbiano ceduto al presunto ricatto. E non sarebbe solo questione di orgoglio. Attraverso Bancamiga e altre entità, i De Grazia erano divenuti protagonisti del mercato valutario venezuelano, settore nevralgico nell’economia di Caracas, vista la forte domanda di dollari come protezione dall’inflazione (oggi al 600%). Ma il nodo principale erano i petrodollari provenienti dal traffico illecito di greggio, che passavano da Bancamiga, venivano trasformati in criptovalute e finivano nei conti della Compass Bank Corporation, situata in Dominica.

Di qui il titolo “Pdvsa-Cripto”, con cui la stampa ha battezzato lo schema di corruzione da 23 miliardi di dollari. Tutto cominciava con l’apertura di un conto. “Nessuno poteva fare affari con Pdvsa se non aveva i soldi su Bancamiga”, racconta il giornalista investigativo Jorge Castro, che descrive una catena di corruzione “ben strutturata” dietro la quale c’erano Samark López (faccendiere a Caracas) e l’ex presidente di Pdvsa Tareck El Aissami, anch’egli detenuto a El Rodeo I. I soldi destinati a Caracas venivano decimati da commissioni e tangenti spartite tra De Grazia, López, El Aissami e altri.

Inoltre Carmelo, allora presidente di Bancamiga, riceveva carichi di petrolio a 43 dollari al barile, rivendendoli poi a un prezzo più alto. Tutto questo in un Paese in cui oltre l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e che già allora affrontava una grave carenza di cibo e medicinali. Non è mai stata chiarita, del resto, l’improvvisa ascesa di Daniel, Carmelo e Levin nel settore petrolifero: provenivano dalla ristorazione, con almeno cinque attività a Miami (Bocas, Francisca, Kitchen of the World, Laborejo e La Fontana).

Secondo Armando.info, già nel 2014 i fratelli De Grazia erano finiti nel mirino del Dipartimento di Stato per “attività sospette” legate a 200 milioni di dollari trasferiti dalla casa di valori Intersecurities International Inc., a loro intestata, al Continental Bank. Alla luce di questi dati, fa scalpore la veemenza con cui, sempre al Senato, Casini affermava: “Non ci si venga a dire che ci sono dei reati finanziari o di altro genere, perché tutti, anche i bambini dell’asilo, sanno che queste sono scuse”. E aggiungeva: “Il problema oggi non sono le banche di cui sono legittimamente proprietari questi signori”. Più prudente Terzi di Sant’Agata, che si impaccia quando tocca l’affaire Bancamiga: “C’è tutta una vicenda dietro questo che non vogliamo neanche toccare, una banca di cui sappiamo le vicende che ci sono state raccontate e conosciamo anche per altri versi”.

D’altro canto, per i De Grazia è stata lanciata una campagna che ha già fatto breccia a Miami, epicentro della loro attività. “Hanno cercato di coinvolgermi”, confida un giornalista venezuelano a Ilfatto.it, che ha preferito restare anonimo. “La collega che me lo ha proposto era in palese imbarazzo”. E conclude: “Tutti i prigionieri hanno dei diritti essenziali, ma non possiamo inventarci che Daniel e Carmelo siano innocenti, né chiamarli ‘prigionieri politici’”.

Riceviamo e pubblichiamo

In relazione all’articolo pubblicato il 30 marzo 2026 sui fratelli Daniel e Carmelo De Grazia, si precisa che, allo stato, nei loro confronti non risulta emessa alcuna sentenza definitiva di condanna da parte delle competenti autorità giudiziarie. In assenza di un giudizio irrevocabile, continua pertanto a operare integralmente la presunzione di innocenza, che impedisce di presentarli come colpevoli di reati non ancora accertati in via definitiva.
L’attribuzione di un loro coinvolgimento nel traffico illecito di petrolio è radicalmente falsa. L’istituto Bancamiga si è concentrato sull’innovazione del sistema creditizio venezuelano, in particolare nei sistemi di pagamento elettronici, con una clientela composta per il 98% da soggetti privati e ricavi autorizzati dall’autorità di vigilanza SUDEBAN, come attestano i report ufficiali 2021, 2022 e 2023, in netto contrasto con la narrazione dei “petrodollari”.
Le contestazioni relative a presunti traffici illeciti di petrolio, all’impiego di criptovalute, all’utilizzo dei conti presso Bancamiga e al cosiddetto schema “PdvsaCripto”, così come le affermazioni su “debiti verso la statale PDVSA”, “commissioni e tangenti” e presunti arricchimenti illeciti, appartengono tuttora all’ambito di ipotesi investigative e di ricostruzioni giornalistiche e non possono essere considerate fatti storici definitivamente provati o verità giudiziarie acquisite.
L’azione penale ha, per contro, portato alla perdita del patrimonio della famiglia De Grazia e al passaggio del controllo delle loro banche a soggetti terzi, e si è svolta con modalità contestate come irregolari sul piano procedurale, come emerge da pareri legali redatti in Venezuela, dai verbali delle assemblee societarie e dalla documentazione bancaria, anche relativa a rapporti con l’estero, tra cui la Compass Bank, mentre l’inconsistenza dell’impianto accusatorio risulta anche dalla vicenda di Levin De Grazia, rimasto in carcere per 8 mesi e 4 giorni e poi scarcerato: un dato che smentisce l’immagine di una persona che “evita l’arresto” o sarebbe in stato di latitanza.
Si ribadisce l’inesistenza di qualsiasi debito verso PDVSA. Sostenere che l’innocenza debba essere “inventata” significa invertire l’onere della prova e contrasta con l’art. 27, comma 2, della Costituzione italiana, che garantisce la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva, in una vicenda che appare come un’aggressione al patrimonio e un sequestro di beni presentati come effetto di un procedimento legale privo delle necessarie garanzie.
La presente rettifica mira a ristabilire un adeguato equilibrio informativo, nel rispetto del diritto di cronaca e del diritto dei signori Daniel e Carmelo De Grazia – e dei loro familiari – a non essere trattati e percepiti come colpevoli in assenza di una decisione giudiziaria definitiva, e se ne chiede la pubblicazione nei modi di legge.

Replica l’autore:
Prendiamo atto delle precisazioni relative all’articolo. Tuttavia vorremmo precisare che l’inchiesta non anticipa alcuna sentenza su indagini in corso, ma si limita a riportare il coinvolgimento dei fratelli De Grazia (Carmelo, Daniel e Levin) nella vicenda Pdvsa-Cripto (fascicolo CT-S-043-23, perizie giudiziarie sulle chat dei soggetti coinvolti). Tutti i fatti riportati nell’articolo sono quindi debitamente documentati, anche grazie alla testimonianza di colleghi e altissime fonti vicine al dossier.

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