Abuso d’ufficio, cosa prevede la direttiva europea: perché l’Italia ora rischia l’infrazione. Il presidente della Consulta: “La politica ne prenda atto”
“La politica sarà chiamata a prendere atto di questa nuova legislazione europea”. Nel giorno in cui il Parlamento di Bruxelles approva la direttiva anticorruzione, il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso risponde così alla domanda se quel testo imporrà all’Italia di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio. All’articolo 7, infatti, il provvedimento Ue contiene una norma che obbliga gli Stati membri a prevedere come reato “almeno determinate violazioni gravi della legge derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni”: cioè una versione “soft” dell’ex articolo 323 del codice penale italiano, cancellato dalla legge Nordio entrata in vigore ormai quasi due anni fa. Una formulazione frutto di un faticoso compromesso raggiunto a dicembre per ottenere il sì dell’Italia alla direttiva, discussa per quasi tre anni fra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue (era stata elaborata a maggio 2023 sull’onda dello scandalo Qatargate).
In un primo momento, il governo Meloni aveva chiesto di escludere del tutto la norma dal testo legislativo. Ma alla fine ha ottenuto solo di annacquarla per renderla meno simile al vecchio reato italiano, a partire dal titolo: non più “Abuso di funzioni” come nella prima versione, ma “Esercizio illecito di funzioni pubbliche“. In base al testo approvato, poi, gli Stati membri sono obbligati a punire solo “determinate gravi violazioni” di legge, e non più tutte. E soprattutto possono decidere di “limitare l’applicazione” della fattispecie “a determinate categorie di funzionari pubblici”, escludendone altre: ad esempio i sindaci, che hanno spinto per cancellare l’abuso d’ufficio lamentando la mitologica “paura della firma”. Sparisce, inoltre, la necessità che il pubblico ufficiale agisca “per ottenere un vantaggio ingiusto per sé o per un terzo”, espressione quasi identica a quella usata fino al 2024 dal nostro codice penale: nella relazione alla norma, il vantaggio ingiusto diventa un semplice aspetto che gli Stati “possono prendere in considerazione”. Usando queste scappatoie, il governo di Roma potrà provare a sostenere che l’obbligo europeo sia già rispettato dal nostro Paese con altri reati, come la corruzione e la concussione, o anche soltanto l’omissione o rifiuto di atti d’ufficio. Per questo gli europarlamentari di Fratelli d’Italia hanno votato a favore del testo (dopo essersi astenuti in commissione): “L’Italia dispone già di un sistema di reati contro la pubblica amministrazione pienamente idoneo a soddisfare i requisiti Ue”, assicura il meloniano Alessandro Ciriani.
La strada però è in salita, perché dopo la legge Nordio moltissime “gravi violazioni di legge” dei pubblici ufficiali non sono più punibili: il rischio quindi è l’apertura di una procedura d’infrazione tra 24 mesi, quando scadrà il termine per l’adeguamento degli Stati membri alla direttiva. per questo, come sostengono le opposizioni, l’Italia alla fine potrebbe essere costretta a reintrodurre una qualche forma di abuso d’ufficio, per quanto “mini”. A lasciare la porta aperta in questo senso, d’altra parte, era stato lo stesso ministro della Giustizia nella relazione alla sua legge: “Resta ferma la possibilità di valutare in prospettiva futura specifici interventi additivi volti a sanzionare, con formulazioni circoscritte e precise, condotte meritevoli di pena in forza di eventuali indicazioni di matrice euro-unitaria che dovessero sopravvenire”, scriveva, con in mente proprio la direttiva europea allora in discussione. E la questione potrebbe arrivare di nuovo alla Corte costituzionale, che a maggio ha “salvato” l’abrogazione del reato giudicandola non incompatibile con la Convenzione Onu contro la corruzione: a suggerirlo è stato lo stesso presidente, Giovanni Amoroso, nella conferenza stampa annuale tenuta giovedì alla Consulta. “Se questa direttiva del Parlamento europeo modifica il quadro normativo, è possibile che la Corte sarà chiamata nuovamente a fare il controllo che l’articolo 117, primo comma, della Costituzione prevede”, cioè quello sul rispetto dei “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”, ha detto Amoroso.
A esprimere ottimismo sugli effetti della direttiva è il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia: si tratta, dice, di un “passaggio fondamentale”, che “fissa finalmente standard comuni e soprattutto scongiura il rischio, tutt’altro che teorico, di passi indietro da parte di singoli Paesi membri”. Il testo, riconosce Busia, è “meno ambizioso rispetto alla proposta iniziale della Commissione, ma rappresenta un caposaldo di ciò che l’Europa vuole essere e di come si vuole presentare di fronte al mondo. Speriamo che il rapido recepimento della direttiva sia l’occasione per colmare fin da subito alcuni dei vuoti di tutela che si sono aperti con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio”, auspica. Anche per Raffaele Cantone, predecessore di Busia all’Anac e neo-procuratore capo di Salerno, “ora l’Italia si dovrà adeguare. Del resto, che questa fosse una prospettiva concreta era stato detto da molte delle persone sentite in audizione e io stesso l’avevo evidenziato. Bisognerà vedere bene adesso come è formulata la norma, ma certamente ci sarà bisogno di una modifica del codice penale”, prevede.