Da settimane le tensioni tra Belgrado e il nord del Kosovo, dove la maggioranza della popolazione è serba, preoccupano l’Europa e fomentano i timori di un possibile nuovo conflitto armato nei Balcani, la cui cronica instabilità già risente delle conseguenze del non lontano focolaio russo-ucraino. L’ultimo tassello dell’escalation riguarda una decisione di Pristina, che ha inviato numerose unità armate della polizia speciale, al fine – riferiscono le autorità – di intensificare la lotta a criminalità e corruzione. Fenomeni collegati dal governo kosovaro all’attività di bande criminali guidate da serbi. Si tratta però di accuse che i serbi respingono, contestando invece quella che a loro avviso è la politica di Pristina, sempre più ostile e discriminatoria nei confronti della popolazione serba.

Una posizione che è condivisa e appoggiata in pieno da Belgrado, che accusa Pristina di voler puntare alla totale espulsione dei serbi dal Kosovo (circa 120 mila su una popolazione complessiva di circa 2 milioni di abitanti, concentrati in larga parte al nord). E a schierarsi dalla parte della Serbia, come sempre garantendo pieno sostegno, è Mosca: le dichiarazioni che arrivano dal Cremlino per Belgrado ricordano quelle fatte nei confronti dei russi del Donbass sin dal 2014, anno di occupazione dell’Ucraina orientale. La Russia ha sempre appoggiato la Serbia nelle sue rivendicazioni rispetto a Pristina e di fatto non riconosce l’indipendenza del Kosovo, ex territorio serbo.

Mosca sostiene Belgrado “nei suoi passi sul Kosovo“, ha affermato il Cremlino, bollando come “assolutamente errate” le dichiarazioni sull'”influenza distruttiva” della Russia nella situazione intorno al Kosovo. “La Serbia è un Paese sovrano – ha continuato Peskov -. È assolutamente sbagliato cercare una sorta di influenza distruttiva della Russia. Naturalmente, la Serbia protegge i diritti dei serbi che vivono nelle vicinanze in condizioni difficili. E reagisce duramente quando questi diritti vengono violati”, ha detto Peskov rispondendo a una richiesta di commento a dichiarazioni di Pristina su una presunta influenza destabilizzante della Russia nei Balcani, riporta l’agenzia Tass. Le sue parole fanno eco a quanto dichiarato da Vucic, che ha ordinato all’esercito di stare nel “più alto grado di preparazione per il combattimento“, confermando che il suo governo avrebbe adottato “misure per proteggere” i serbi. Belgrado ha chiesto a metà dicembre alla Nato di dispiegare mille membri delle forze di sicurezza serbe in Kosovo, una richiesta senza precedenti, che faceva leva su una risoluzione dell’Onu, alla quale lo stesso Vucic ha anticipato di non prevedere un sì della Nato.

Intanto l’ambasciatore russo a Belgrado, Alexander Botsan-Jarchenko, ha avvertito che la situazione di tensione sta avanzando verso uno scenario “molto pericoloso”, specialmente nel nord del Kosovo. E in qualsiasi momento, ha aggiunto, potrebbe verificarsi “qualche provocazione”. Pristina “sta aumentando la sua presenza militare”, ha detto Botsar-Jarchenko in un’intervista alla televisione serba Zvezda, raccolta dalla Tass, in cui ha accusato le autorità kosovare di cercare di controllare le zone a prevalente popolazione serba. Botsar-Jarchenko ha avvertito che Pristina sta compiendo la missione ordinatale dall’Occidente, di “mettere sotto controllo le aree popolate dai serbi nel Kosovo”.

La situazione – Da 18 giorni la locale popolazione serba protesta con blocchi stradali e barricate contro l’arresto ritenuto ingiustificato di tre serbi e l’invio da parte della dirigenza kosovara di militari nel nord del Paese. A fronte della crescente insofferenza di Pristina per il persistere di blocchi stradali e barricate, che ostacolano e in taluni casi paralizzano del tutto trasporti e comunicazioni nel nord del Kosovo, e in reazione alle minacce dell’uso della forza per la rimozione dei blocchi, il presidente serbo Aleksandar Vucic, nella sua veste di capo supremo delle Forze armate, ha ordinato lo stato di massima allerta per l’Esercito e le forze di polizia in Serbia, truppe pronte a intervenire sul terreno a protezione della popolazione serba e in caso di attacchi e violenze. Il ministro degli Esteri Ivica Dacic è stato chiaro, affermando che se si dovessero registrare attacchi contro i serbi, e se non dovesse intervenire la Kfor, la Forza Nato in Kosovo, a intervenire sarebbero le truppe serbe.

E mentre il ministro della Difesa serbo e il capo di stato maggiore, generale Milan Mojsilovic, hanno ispezionato oggi unità dell’Esercito di stanza a ridosso della frontiera tra Serbia e Kosovo, nelle ultime ore si sono alzati i toni del confronto fra Pristina e Belgrado, con accuse reciproche di voler esasperare la situazione e cercare il pretesto per andare allo scontro armato. Accuse ripetute dal presidente Vucic, che ha incontrato a Belgrado il patriarca serbo ortodosso Porfirije, al quale ieri le autorità di Pristina hanno vietato l’ingresso in Kosovo.

Porfirije intendeva recarsi a Pec (Peja in albanese), sede del patriarcato serbo in Kosovo. “Per noi il patriarcato di Pec è come il Vaticano per i cattolici”, ha detto Porfirije definendo inaccettabile il divieto. “È come se si vietasse al papa di recarsi in Vaticano“, ha osservato il patriarca, che ha definito “molto seria” la situazione in Kosovo. È assolutamente necessario, ha affermato al termine del colloquio con Vucic, fare tutto il possibile per preservare la pace e scongiurare lo scontro armato.

Il presidente Vucic da parte sua ha riferito di continui contatti con i rappresentanti internazionali, compreso l’inviato Ue Miroslav Lajcak, con l’obiettivo di risolvere la crisi attraverso il dialogo e per via diplomatica. Anche il ministro dell’interno kosovaro Xhelal Svecla ha detto che Pristina non vuole la guerra, sottolineando al tempo stesso la fermezza del governo nella lotta contro criminalità e terrorismo. Pristina vuole risolvere la crisi in atto pacificamente e senza eccessi, ha dichiarato, smentendo che le unità della Forza di sicurezza del Kosovo siano state poste in stato di allerta. Si tratta, ha affermato, di pura propaganda diffusa da Serbia e Russia.

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