Per il mondo della cultura il mecenatismo è molto importante. E in tempi passati lo è stato molto di più. Non a caso al Metropolitan Museum di New York si è appena inaugurata una straordinaria mostra dedicata alla civiltà Maya, grazie alla quale per la prima volta si cominciano a delineare le identità dei committenti e degli artisti che realizzarono buona parte degli oggetti in esposizione. Per mecenatismo intendiamo la “tendenza a favorire le arti e le lettere, accordando munifica protezione a chi le coltiva”, senza dimenticare che si è sempre trattato anche di una delle manifestazioni con cui il potere decideva di rivelarsi e di procrastinare la propria immagine. Dobbiamo anche considerare che la stagione più feconda per l’arte italiana (e non solo) – ovvero il Rinascimento – fu una delle “epifanie” del mecenatismo, che a sua volta derivava più o meno direttamente da altri fenomeni sociali di importanza e di diffusione continentale.

Più che gli storici dell’arte, sono gli storici (medievisti in particolare) e i sociologi che attribuiscono l’esordio e il successo del fenomeno del mecenatismo nei confronti delle arti – da cui la nascita del Rinascimento – alla pandemia di peste nera che, originando dall’Asia centro-settentrionale durante gli anni Trenta del XIV secolo, si diffuse in tutta Europa fino al 1353, provocando circa 20 milioni di morti. In Italia intorno al 1348 si ebbe un tasso di mortalità media intorno al 30 per cento, ma vi furono zone in cui si toccarono punte del 70-80 (varie zone della Toscana) e altre dove la malattia mieté meno vittime (per esempio a Milano “solo” il 15%).

Con meno bocche da sfamare e tante risorse a disposizione, non è difficile pensare che le famiglie (ma anche quelle parti del clero) più abbienti, nei decenni successivi alla pandemia ebbero la possibilità di destinare parti crescenti del proprio patrimonio alle arti e alle lettere, mettendo in moto un meccanismo virtuoso che portò a concentrarsi presso le corti più importanti e ricche dei vari stati in cui era divisa la futura Italia, i migliori artisti e letterati che via via si stavano formando. Nacque così il mecenatismo “responsabile” del Rinascimento, che comunque si sarebbe diffuso per secoli, per giungere fino ai giorni nostri. E molti di quei mecenati, sin dal XV secolo, erano banchieri, che si avvicinarono al mondo dell’arte e delle lettere dando queste forme di espressione un futuro e un successo inarrestabile.

Origina da qui l’idea di Dai Medici ai Rothschild. Mecenati, collezionisti, filantropi, la mostra a cura di Fernando Mazzocca e Sebastian Schütze con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli, che si è appena aperta – e proseguirà fino al 26 marzo – alle Gallerie d’Italia a Milano, museo di Intesa Sanpaolo. Realizzata in partnership con i Musei del Bargello e la Alte Nationalgalerie-Staatliche Museen zu Berlin, con la collaborazione della Soprintendenza di Milano e il patrocinio del Comune, la mostra propone oltre 120 opere di diverse epoche provenienti da prestigiosi musei internazionali come National Gallery di Londra, Muséedu Louvre di Parigi, Albertina di Vienna, Staatliche Museen di Berlino e The Morgan Library & Museum di New York.

In mostra si possono ammirare opere di autori come Verrocchio, Michelangelo, Bronzino, Caravaggio, Gherardo delle Notti (Gerrit van Honthorst), Valentin de Boulogne, Antoon Van Dyck, Angelika Kauffmann, Francesco Hayez e un inedito di Giorgio Morandi. “Questo dipinto – spiega Mazzocca – era appartenuto a Raffaele Mattioli, grande banchiere umanista. E proprio per coerenza l’opera è in mostra, poiché il percorso espositivo origina da un altro banchiere umanista, Lorenzo de’ Medici e si conclude proprio con Mattioli, che era stato presidente della Banca Commerciale a cavallo tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, uno dei protagonisti della rinascita sociale ed economica dell’Italia, che nutrì grande interesse per l’arte e la letteratura”.

Da Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico (al quale per esempio si deve il mecenatismo della prima copia a stampa a Firenze della Divina Commedia di Dante Alighieri nel 1481) fino ai Rothschild, molti dei maggiori mecenati, collezionisti e filantropi di tutti i tempi sono stati dei grandi banchieri che hanno voluto consacrare la loro ascesa sociale gareggiando con l’aristocrazia, i sovrani e le istituzioni clericali nel proteggere e incoraggiare gli artisti, anche acquistando le loro opere. “La mostra è dedicata ai banchieri – aggiunge Mazzocca – perché se da un lato esisteva la committenza ecclesiastica, dall’altra il mecenatismo e il collezionismo per così dire laico era diffusissimo e ha avuto il massimo rilievo tra i banchieri. Basta pensare a Lorenzo de’ Medici che ha creato ed esportato in tutta Italia il Rinascimento, facendo lavorare alcuni dei più grandi artisti del periodo. I Medici, e in particolare Lorenzo, esportarono l’arte facendola diventare elitaria e identitaria di un’Italia che doveva ancora nascere”.

Alcune di queste collezioni sono andate disperse, altre invece sono confluite nei musei e altre infine, giunte sino a noi, sono ancora possedute dagli eredi di coloro che le avevano realizzate. Per i grandi banchieri mecenatismo artistico e collezionismo appaiono strumenti strategici di rappresentazione e di affermazione sociale, o meglio, un esempio eloquente della sapiente trasformazione di capitale economico in capitale culturale e simbolico.

A molte di queste figure sono stati dedicati studi importanti, ma esistono casi in attesa di nuove ricerche e la mostra milanese può essere l’occasione per nuovi approfondimenti e per una riconsiderazione nei secoli di questo fenomeno attraverso l’analisi di personaggi che hanno segnato in modo incisivo la storia del collezionismo e del gusto, come Cosimo e Lorenzo de’ Medici, le famiglie Giustiniani e Torlonia, Enrico Mylius e, nell’area mitteleuropea, Moritz von Fries, Johann Heinrich Wilhelm Wagener, Nathaniel Mayer Rothschild e in America John Pierpont Morgan.

Attraverso i loro ritratti, le testimonianze della loro parabola vitale, spesso ricca di importanti iniziative umanitarie, e soprattutto grazie a opere d’arte esemplari delle loro raccolte, è possibile rievocare la loro figura e le scelte collezionistiche. Perciò la mostra, impreziosita dal corposo catalogo a colori edito da Skira, presenta una grande varietà di generi artistici: dipinti, sculture, disegni, incisioni, bronzetti, medaglie e preziosi cammei. E tra le opere di gran rilievo si segnalano il Putto con delfino di Verrocchio, la Crocifissione di Annibale Carracci, la Madonna della scala di Michelangelo, il San Gerolamo Penitente di Caravaggio, il Ritratto del conte Josef Johann von Fries di Angelika Kauffmann, il Ritratto di Everhard Jabach di Antoon van Dyck, La fuga di Bianca Cappello da Venezia di Francesco Hayez e l’inedita Natura morta di Giorgio Morandi.

E oggi? Ha ancora senso parlare di mecenatismo quando il panorama dell’arte ha sempre più spesso di sostegni per la conservazione delle opere piuttosto che per l’acquisto o la committenza? “La mostra è molto attuale anche in questo senso – conclude Mazzocca – perché oltre a trattare questi banchieri e mecenati come collezionisti, li evoca anche come filantropi, impiegati anche nel sociale, sia per quanto concerne la conservazione del patrimonio, sia nel restauro delle opere d’arte, come Banca Intesa, che anni fa tenne a battesimo un’iniziativa intitolata Restituzioni che ogni anno interviene restaurando una serie di opere importanti e organizza delle mostre a esse dedicate. Ora le banche sono impegnate molto nel sociale nella conservazione del patrimonio e un po’ meno nell’acquisto delle opere d’arte, perché forse è meglio valorizzare quel che è stato acquisito nel tempo”.

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Tutte le foto in questa pagina sono gentilmente concesse dall’ufficio stampa della mostra Dai Medici ai Rothschild. Mecenati, collezionisti, filantropi
La foto in alto è un collage di tre opere in mostra: Veduta del Duomo di Milano di Schultz, La fuga di Bianca Cappello da Venezia di Hayez e il Ritratto di Lorenzo il Magnifico del Bronzino

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