Qualcuno lo chiama l’America oggi secondo Paolo Virzì. “Ma tre ore di questo mio film non le reggereste, fidatevi di me” scherzava il cineasta livornese durante la Mostra veneziana dove il suo Siccità era presentato fuori concorso. Per fortuna ora le piogge sono arrivate, e il pubblico potrà vederlo nei cinema dove uscirà a partire dal 29 settembre. Pensato nel marzo 2020 da Paolo Giordano e Paolo Virzi “come una vera e propria scommessa per il grande schermo” perché le sale, a quel tempo, erano in procinto di chiudere e lo sarebbero state per parecchi mesi a venire, Siccità è un dramedy distopico corale che Virzì ha voluto ambientare in una Roma quasi post-apocalittica, sospesa in un periodo di eccezionale (perché) triennale mancanza di pioggia, travolta da arsure materiali che si trasformano in aridità umane.

Ma è chiaro che un disaster movie nelle affabulanti mani di Virzì sia un pretesto per raccontare la nostra caotica umanità contemporanea, intessuta negli orli di una società liquida, in costante mutazione di pelle e di certo privata di ogni rassicurazione. Per questo più interessanti ancora delle secche del Tevere e degli inquietanti animaletti probabili concause della feroce epidemia messa in scena, sono i “tipi sociali” descritti da Virzì, Giordano e i due colleghi sceneggiatori convocati nel team di scrittura: Francesca Archibugi e Francesco Piccolo. Dunque dalla dottoressa control freak in crisi mistica al carcerato redento alla ricerca della figlia perduta, dal neo barbone già imprenditore che tutto ha perso al creativo radicale incapace di proteggere e proteggersi, e poi ancora il bodyguard immaturo, l’influencer egocentrico.. tutti padri e madri, figli e figlie reciprocamente inadatti a se stessi e al proprio ambiente.

Una galleria di personaggi ugualmente innocenti e colpevoli, un’umanità spaventata, affannata, afflitta dall’aridità delle relazioni, malata di vanità, mitomania, rabbia, che attraversa una città dal passato glorioso come Roma, che si sta sgretolando e muore di sete e di sonno” sottolinea Virzì evidenziando quanto la “rabbia sorda che porta all’autodistruzione” sia qualcosa che ci appartiene da vicino, laddove guerre, carestie e pestilenze alla fine sono le nostre allegorie metafisiche di crisi per eccellenza.

Il cast è stellare e pertinente, tutto allineato in inquietudini diversamente espresse: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Max Tortora, Elena Lietti, Sara Serraiocco, Gabriel Montesi, Tommaso Ragno, Vinicio Marchioni e tanti altri con l’eccezionale apparizione persino di Monica Bellucci, pronta a distrarre il virologo Diego Ribon. Tanti, forse troppi, come troppe forse sono le storie intrecciate: sceglierne alcune e trascurarne altre poteva sortire una miglior soluzione narrativa, ma così è, tutti coralmente insieme dolenti e impotenti ad aspettare la pioggia.

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