C’è il vichingo dallo sguardo torvo, che dopo un paio di whisky minaccia un giovanissimo Pirlo. E poi c’è l’uomo che piange da solo, dopo la sentenza del mieloma. Klas Ingesson è, anzi, purtroppo era, entrambe le cose, e sarebbe ingiusto raccontare l’una senza l’altra. Perché sì, la tentazione guardando quel gigante che pare sempre incazzato è di farne l’elemento dominante, mettendo l’immagine davanti all’uomo.

Dietro il vichingo c’è l’uomo, prima ancora il bambino che cresceva tra le montagne e il lago di Vattern, tra caccia alle alci e gite tra i boschi. E poi il calcio, sì, con Klas che cresce nelle giovanili della squadra del suo paese, l‘Odehogs Ik e poi arriva subito al Goteborg vincendo giovanissimo due campionati svedesi e anche una Coppa Uefa. Naturalmente il suo punto forte è la quantità: il fisico che utilizza per fermare gli avversari a centrocampo e le lunghe leve per rilanciare l’azione. Il classico “taglialegna” insomma, come lui stesso si definisce nella sua autobiografia. Ma poi c’è l’uomo, che al posto di crogiolarsi in quell’immagine di calciatore duro e ruvido guarda i compagni coi piedi buoni, ammirandone le finezze, studiandole…desiderandole non senza sofferenza.

Certo, la quantità gli vale subito la nazionale e i mondiali del 1990, gli vale l’estero quando dal Goteborg passa al Malines, e poi al Psv e ancora allo Sheffield Wednesday in premier. In mezzo il mondiale del 1994 e la generazione degli eroi che arriva in semifinale contro il Brasile e conquista il terzo posto. Eroi in campo, amici fuori, anche quando costringono Klas alla fuga nel giorno del suo addio al celibato, fingendosi una banda nel pieno di una rissa a colpi di coltello.

E poi il Bari, la consacrazione definitiva: per coprire un attacco fortissimo fatto dal suo connazionale Kennet Andersson e da Igor Protti, ma senza riuscire a proteggere una difesa troppo leggera, con la squadra che si ritrova in Serie B. E Bari è terra accogliente, nessuno è straniero, non lo è Guerrero e neppure chi non ha dentro il calore e i ritmi del sud, come Klas, che resta in B e del Bari diventa pure capitano. “Ma come mister, io non parlo italiano”, dirà a Fascetti quando gli propone di guidare i compagni in campo, “Non importa. Fallo col cuore”, replicherà l’allenatore. E Ingesson ripagherà diventando uno dei beniamini dei tifosi, segnando gol decisivi in chiave promozione, uno persino con uno scavetto che gli resterà dentro per sempre…con lo sguardo perennemente torvo che tradisce qualche emozione davanti al San Nicola pieno che esulta per la Serie A riconquistata. “Stavo per mettermi a piangere”, confesserà anni dopo Klas.

Poi Bologna, dove ritroverà Kennet Andersson di cui diventerà una sorta di scudiero, anche al ristorante, come quando si trovano al tavolo accanto un giovane Pirlo, allora all’Inter e futuro avversario dei rossoblù e si comportano da vichinghi. Nell’episodio narrato nella biografia di Ingesson il suo amico Kennet chiede di offrire da bere a Pirlo, il futuro campione del mondo chiede una coca, risposta inaccettabile per i due vichinghi che gli fanno bere whisky, con Ingesson che promette a Pirlo un trattamento più che ruvido in caso di “giochetti col pallone” nella partita che li vedrà avversari. Il libro riferisce che dopo la gara, anonima per Pirlo, il futuro campione del mondo andrà da Klas a dire “Visto? Non ho fatto niente di speciale” ricevendo come risposta “Sì…ma perché?”…Non ricordava la promessa di entrate dure, probabilmente perché scherzava…verosimilmente anche per il whisky.

E dopo Bologna e una parentesi a Marsiglia il ritiro e poi la panchina dell’Elfsborg…e la malattia. La diagnosi del mieloma è una sentenza, ma quando sei Klas Ingesson il vichingo devi essere Klas Ingesson il vichingo anche a casa, dicendo a moglie e figli che “E’ solo un piccolo cancro” (questo il nome scelto per la sua autobiografia) salvo piangere e sentirsi perduto quando resta da solo. E da vichingo lotta contro quel cancro Klas, andando in panchina in sedia a rotelle, esultando così quando la squadra da lui guidata vince la Coppa di Svezia, salvo poi arrendersi quando il male si presenta per la terza volta nel 2014. Domani, il 20 agosto, avrebbe compiuto 54 anni: chissà se oggi è nel Walhalla da vero vichingo o a beffare l’amico Franco Mancini con gli scavetti che avrebbe voluto fare ma gli erano preclusi, o magari a bere whisky e minacciare qualche anima pia…smettendo lo sguardo torvo per far capire che pure i vichinghi scherzano.

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