Se, come disse Mark Twain, “il clima è ciò che ci aspettiamo e il tempo è ciò che ci becchiamo”, l’estate meteorologica del 2022 riscalda i cuori (e non solo) sul tema del clima che cambia. Onde di calore, siccità diffusa, incendi boschivi e urbani sollecitano la discussione, del tutto inutile, sulle urgenti misure di prevenzione dei cambiamenti climatici. Nel frattempo le cose importanti finiscono in secondo piano, appisolate tra le disquisizioni filosofiche e morali. E saranno presto archiviate nel primo cassetto del comò della politica, quello delle buone intenzioni.

Nel 1994 scrissi che “la strategia minimalista, ossia quella che comporta il livello più basso di intervento, è rappresentata dal cosiddetto adattamento passivo. Sedersi sulla riva del fiume, guardando l’acqua scorrere: lasciare cioè che la società si adatti spontaneamente ai cambiamenti climatici mentre questi avvengono” (Effetto serra: istruzioni per l’uso, 1994). È stata questa la scelta da parte di chi, trent’anni fa, era stato messo in guardia nel corso del World Summit di Rio de Janeiro del 1992. E aveva concordato un specchietto per le allodole: l’ambiziosa Agenda 21, la cui compilazione fu uno degli esercizi più frustranti della mia vita, svolto purtroppo per il Comune di Milano all’inizio del millennio.

Vista la totale inerzia politica degli ultimi 30 anni l’umanità ha scelto la strada del nichilismo, non importa se negazionista o consapevole. Lo ha fatto nonostante che “la strategia dell’adattamento passivo presenta molti pericoli. Prima di tutto, un riscaldamento più intenso. Per esempio, un riscaldamento globale compreso tra 1 e 2°C nel 2030 – l’ipotesi considerata più verosimile (previsione azzeccata, ndr) – produrrebbe un cambiamento assai più rapido e più radicale di quelli che hanno caratterizzato la recente esperienza umana. In questa circostanza, la capacità di adattamento spontaneo dei vari paesi, anche di quelli più progrediti, può venire messa seriamente in discussione. Ma la valenza fortemente negativa di questa scelta è rappresentata da una seconda, importante, conseguenza: più a lungo si persegue la strategia del fare nulla, maggiori sono i cambiamenti a lungo termine ai quali la Terra viene condannata, per via del ritardo con cui l’evoluzione climatica si manifesta appieno. Il cambiamento climatico a regime risulta, infatti, assai più radicale del transitorio climatico” (citazione dalla stessa fonte, 1994).

Anche se da domani le emissioni antropiche fossero azzerate, l’inerzia del clima condanna la Terra ad almeno 50 anni di ulteriore riscaldamento. L’effetto della CO2 atmosferica sul clima terrestre e l’inerzia climatica erano concetti già noti al premio Nobel 1903 Svante Arrhenius (1896). La valutazione dell’inerzia climatica, però, è ancora abbastanza incerta, poiché la capacità termica globale è frutto della composizione della molteplicità di capacità termiche che caratterizzano le varie componenti e i diversi sottosistemi. A loro volta, questi sottosistemi sono distribuiti nello spazio in modo assolutamente disomogeneo. Inoltre, tali capacità si modificano al variare dello stato del sistema. Non conosciamo a fondo né con precisione ciò che ci aspetta, ma sappiamo che il clima della Terra ha una memoria a lungo termine.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad alcune anticipazioni della risposta climatica al riscaldamento globale. Non promettono nulla di buono: non è affatto detto che il transitorio climatico stia percorrendo la traiettoria “minima” prevista dai modelli del clima. Mitigazione o meno, tutti sappiamo quanto indispensabile sia l’adattamento attivo. E un post su Facebook da parte di un esperto meteorologo come Carlo Cacciamani, direttore dell’Agenzia Italia Meteo, mette a nudo quanto poco e quanto di sbagliato sia stato fatto finora:

Per rendere efficaci le azioni di adattamento si rende necessario superare vincoli, sia finanziari che di governance, che non appaiono compatibili con l’emergenza climatica in atto e con gli scenari di danno connessi al cambiamento climatico. Vanno anche evitate le azioni di cattivo adattamento che purtroppo sono in molti casi già state attuate in diversi settori e regioni, azioni che possono addirittura far crescere la vulnerabilità, anziché ridurla. Il cattivo adattamento può essere evitato da un processo di pianificazione che sia flessibile, multisettoriale, inclusivo e pensato su tempi anche lunghi, creando benefici per molti settori e sistemi.

Il comò della politica ha tre cassetti. Nel primo sono riposte le buone intenzioni. Nel secondo, i progetti di qualità imbarazzante a cui attingere per alimentare lo spreco delle “risorse eccezionali”, messe in campo brandendo l’ascia dell’emergenza. Il terzo contiene le bugie che attecchiscono facilmente; non soltanto in paesi culturalmente allo sfascio come l’Italia, ma in tutto il resto dell’Occidente e oltre.

“Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni” scrisse ancora Mark Twain. Sono curioso di vedere quanto e come la campagna elettorale declinerà questo tema, dove si confronteranno ancora una volta le tre attitudini che si fronteggiano da 30 anni: 1) nichilismo e adattamento passivo, 2) adattamento attivo, 3) mitigazione tramite riduzione delle emissioni. Alla prima, si ispira l’ideologia dell’emergenza che ha finora trionfato in Italia e nel mondo, tranne rare eccezioni. La seconda, anziché rovistare tra le ragnatele del primo cassetto, attinge a piene mani dal secondo, di sicura presa elettorale. La terza si risolve nella promessa di concreti incentivi all’acquisto di Suv elettrici da due tonnellate e oltre 200 chilometri all’ora: il terzo cassetto, quello che custodisce gli attrezzi per abusare della credulità popolare, è sempre aperto.

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