Davvero sorprendente lo spazio pubblico di cui si è appropriato Carlo Calenda, che con il 3% delle previsioni sondaggistiche a proprio favore annichilisce Enrico Letta, al punto di accaparrarsi il 30% delle candidature nei collegi uninominali nel campetto dei Rocky-occhi-della-tigre de noantri. Indubbiamente in certi ambienti, e con certi borghesucci, ancora fa presa la spocchia da funzionarietto di Confindustria (magari con tanto di grembiule massonico, se il suo ufficio era al quinto piano del cubo nero dell’Eur) che sbarellava da un convegno a un briefing con lo zainetto colmo di luoghi comuni, ostentati come se fossero verità di fede.

Nel caso, l’uomo che s’impanca a fenomeno della concretezza in quanto già portaborse di un Montezemolo abbondantemente evaporato e spara diktat da pariolino prepotente, con il tono plebeo tipico del generone romano. Il tipo abbarbicato all’Agenda Draghi come viatico d’entrata nel circolo esclusivo dei bennati all’amatriciana, dove frequentare i Giovanni Malagò (detto “melagodo”) e un po’ di furbetti del quartierino che hanno fatto finanza.

Ma a fronte dell’agitarsi scomposto dello spocchioso Calenda fa pendant il silenzio del tracotante Carlo Bonomi, attuale presidente di Confindustria, a cui boatos sussurrati attribuiscono incontri ravvicinati di vario tipo con Giorgia Meloni. Chi scrive questo post dubita di sue candidature nelle liste di Fratelli d’Italia: per ragioni estetiche un confindustriale non si candida, bensì pretende di venir candidato. Semmai darebbe la disponibilità a un ruolo ministeriale nella compagine destrorsa che i più presumono scaturirà dalle urne il 25 settembre.

Francamente chi se ne frega del riposizionamento professionale di questo commerciante cremasco di articoli biomedicali, asceso al trono di via dell’Astronomia in quanto perfetto pacchetto di mischia (tipo one man team) nelle trattative sindacali e – insieme – portavoce sintonico dell’oltranzismo revanscista dei padroncini, che ormai affollano l’organizzazione padronale dopo la scomparsa delle Grandi Imprese e degli imprenditori dai toni felpati e dagli abiti di buon taglio.

Difatti Bonomi scade nel 2024 e necessita di un’adeguata collocazione professionale: la poltrona ministeriale è certamente meglio della presidenza in Lega Calcio. Semmai quello che interessa è la direzione verso cui si indirizzano le preferenze del leader di Confindustria. Così come sono oltremodo significative le esternazioni dell’ex funzionarietto in materia di alleanze, in cui la discriminante è quell’agenda priva di contenuti e significati, che serviva a tenere assieme l’accrocco di unità nazionale.

E che cosa ci dicono la spocchia dell’uno e la tracotanza dell’altro? Se sul piano delle idee siamo al vuoto pneumatico, molto ci viene comunicato sul fronte delle mentalità destrorsa, che più destrorsa non si può.

Un tema a cui ho recentemente dedicato un saggio pubblicato dall’editore Aragno (Dialogo sopra i massimi sistemi d’impresa) che pretenderebbe di aggiornare l’analisi fatta dai parigini Luc Boltansky ed Ève Chiappello, dell’École des hautes études en sciences sociales, un quarto di secolo fa: Il nuovo spirito del capitalismo.

Se alla fine del secolo scorso il top management internazionale sentiva l’esigenza di rilegittimare il proprio ruolo e di riaccreditare l’impresa capitalistica, a fronte della critica orientata alla giustizia e all’uguaglianza nella tradizione del movimento operaio, all’autonomia e all’autenticità nella soggettività borghese; il “nuovissimo” spirito attuale non solo è molto più transnazionale di prima e caratterizzato dal protagonismo dei Fondi d’investimento, è diventato sempre più autoreferenziale e gratificato dalla convinzione di incarnare la vera best way. Per cui i suoi personaggetti sono spocchiosi e i suoi personaggioni tracotanti.

Intanto ogni contrappeso è saltato, dai sindacati ai margini al lavoro precarizzato. Quindi l’apoteosi dell’arroganza nella pretesa di passare alla cassa e aggirare il fisco senza colpo ferire; e nessuno disturbi il manovratore. Anche se qualche scudo protettivo per condurre in porto le operazioni di fuga è ancora necessario. Volete scommettere che gli Agnelli-Elkan si libereranno del conglomerato di testate giornalistiche Gedi, con cui esercitano le necessarie pressioni su politici e pubblica opinione, una volta concluso il passaggio di Stellantis ai francesi di Peugeot? E che pure la Juventus sarà messa in vendita?

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