di Mario Pomini*

I partiti e i partitini cominciano a presentare i loro programmi elettorali in vista delle prossime elezioni autunnali. Tra i tanti capitoli che verranno presi in considerazione non può certo mancare quello della scuola e dell’istruzione. Il mondo scolastico coinvolge quasi un milione di elettori/elettrici e dunque conquistare il loro consenso diventa un asset importante per ogni strategia elettorale.

Mi è capitato per le mani il programma di Azione, il ricercato e molto attivo partitino creato dall’infaticabile Carlo Calenda, che si propone come la novità tra le due rive, la destra e la sinistra. Speravo di trovare qualche idea importante e invece la lettura del programma di Azione mi ha colpito non per ciò che contiene, ma per quello che non contiene. In particolare, manca una qualche proposta per i protagonisti della scuola, i docenti, che mi pare siano totalmente ignorati. Ecco alcuni punti, non tutti.

Il programma di Calenda si apre con il progetto di un forte contrasto all’analfabetismo funzionale e alla dispersione scolastica. Queste due piaghe affliggono, come è noto, la società italiana, ma si tratta di compiti che appartengono, per così dire, ai servizi sociali. Certo, la scuola può contribuire ma in maniera indiretta. Se gli adulti italiani non leggono, è forse colpa della scuola?

Se in molte aree del Paese la dispersione scolastica è elevata, non credo che i docenti, come tali, possano fare molto. È un compito che appartiene essenzialmente alle famiglie. Anche l’idea del tempo lungo per tutti alla scuola primaria è pienamente condivisibile, proposta che però si è sempre scontrata con i suoi elevati costi. Ma anche questa è una questione che non riguarda i docenti in senso stretto.

Poi c’è anche una piccola ventata di utopia quando si propone di inviare nelle zone più disagiate gli insegnati migliori, pagandoli di più. Mi viene in mente qui il libro di Edmondo De Amicis, Romanzo di un maestro, che racconta appunto la storia degli insegnanti della scuola elementare a fine Ottocento, veri missionari dell’istruzione che rinunziavano a tutto per amore dei loro scolari. Ma appunto si tratta di una finzione letteraria molto lontana dalla realtà. Poi un colpetto al cerchio ed uno alla botte. Per Calenda va rispettato il diritto della libertà di scelta educativa e contemporaneamente devono essere portati a termine gli investimenti sulla scuola pubblica previsti dal Pnrr, molto pochi in realtà.

In questa scuola delle buone intenzioni cosa manca? Sono assenti delle proposte specifiche per i docenti. Proposte che riguardino il loro status professionale e la loro carriera economica. Qualcosa si è visto nel governo Draghi che appunto ha previsto, anche se dal 2026, un’accelerazione della carriera economica dei docenti sulla base di una specifica attività formativa. Perché il riformatore Calenda non abbia seguito questa strada, è difficile da capire. Non mancano i fondi. Se si sono utilizzati 16 miliardi del Pnrr, tanto per fare un esempio ma se ne potrebbero fare molti altri, per finanziare il super bonus edilizio, si sarebbero potuti trovare una manciata di miliardi per cominciare ad affrontare la questione della carriera economica dei docenti. Invece, anche Calenda ha preferito battere le solite strade di affidare alla scuola compiti, importantissimi, ma che non sono il suo elemento costitutivo che è quello di formare e preparare bene studenti e le studentesse.

Su questo punto, il programma di Italia Viva di Matteo Renzi è più avanzato perché prevede tre figure di docenti: iniziale, ordinario ed esperto con differenti livelli di responsabilità e retributivi. Qui il problema è un altro. Matteo Renzi è stato presidente del Consiglio e poteva inserire questa ipotesi nella sua riforma della Buona Scuola, che credo nessuno ricordi ora. Invece ha preferito la strada di una pseudo aziendalizzazione guidata dai dirigenti scolastici (alias presidi), che non sembra aver dato molti frutti ma ha ulteriormente peggiorato il clima scolastico. Appare dunque poco credibile.

Mentre al centro ci si trastulla con vaghe proposte di inclusione e miglioramento (attendiamo la sinistra), la destra è molto più efficace elettoralmente. Giorgia Meloni ha già detto che eliminerà le prove Invalsi (non credo che possa in realtà) e sento già il plauso di molti docenti che, peraltro, sono contrari per motivi molto diversi da quelli della Meloni. Ancora più incisiva sarà la proposta targata Lega di Marco Pittoni che riproporrà l’assunzione ope legis (europea) dei precari con più di tre anni di servizio. Proposta indecente nel merito, ma che ha un suo senso visto che il ministero non fa i concorsi pubblici.

Per arginare questo populismo scolastico occorrono proposte serie e utili per i docenti, che rappresentano, volenti o nolenti, il fulcro dell’istruzione. Il fronte progressista, se vuole dire qualcosa di nuovo ai docenti e convincerli al voto, deve ripartire dalle loro aspettative professionali. Certo, su base volontaria e con gradualità. Ma anche con delle risorse congrue.

A questo proposito mi sono permesso di fare alcuni calcoli sulle proposte di Azione ed ho stimato, per difetto, una cifra ampiamente superiore ai 10 miliardi di euro. Poiché, in un’altra parte del programma, Calenda ha dichiarato di non voler aumentare il disavanzo pubblico, sarà interessante capire dove troverà i soldi.

*Professore associato di Economia Politica, Padova

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