All’indomani della caduta di Draghi parlava di “mare aperto“, un’area destinata a prendere il posto del tramontato “campo largo”, in cui accogliere “gli italiani che scelgono la serietà”. Tradotto, fuori il Movimento 5 stelle – reo di non aver votato la fiducia al governo – e dentro tutti gli altri, ma proprio tutti: da Carlo Calenda (“ha svolto un lavoro interessante”) a Roberto Speranza (“spero possa candidarsi nel Pd”), da Luigi Di Maio (“dialogo già aperto”) a Matteo Renzi (“nessun veto”), fino alle ministre Carfagna e Gelmini passate da Forza Italia ad Azione (“hanno dimostrato grande coraggio”). Coinvolgendo, in un ardito tetris, pure la sinistra rossoverde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Dieci giorni dopo, però, il piano di Enrico Letta rischia di impantanarsi, lasciando il segretario dem con il proverbiale cerino in mano. A pesare soprattutto i continui aut aut di Calenda, che fin da subito ha preteso di dettare le sue regole: no a Di Maio, no agli ex grillini, no a Sinistra italiana e ai Verdi, no a Letta (e sì a Draghi) come futuro premier. Ma a mettere, seppur involontariamente, la parola fine sul progetto di alleanza potrebbe essere stato lo stesso leader Pd, confermando – a precisa domanda del Tg2 – la proposta di una dote per i 18enni finanziata con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni multimilionari. Un’idea che è fumo negli occhi per centristi e libdem.

I veti alla sinistra – Ma partiamo dall’inizio, cioè dal 22 luglio, il giorno dopo le dimissioni del premier. Calenda, sovrastimando il proprio peso nei sondaggil’ultimo, di Ipsos, lo dà al 3,6% insieme a Emma Bonino – inizia a porre veti e controveti. “Non c’è alcuna intenzione da parte di Azione di entrare in cartelli elettorali che vanno dall’estrema sinistra a Di Maio. Agenda Draghi e agenda Landini/Verdi NON stanno insieme”, twitta. E nei giorni successivi fa il diavolo a quattro minando alla base il progetto di Letta: diffonde un programma (il “Patto repubblicano”) fortemente neoliberista e filoindustriale, dettando condizioni irricevibili per l’ala sinistra dell’ipotetica alleanza (“Servono rigassificatori e termovalorizzatori. Le comunità protestano? Amen. Se devi militarizzare i siti si militarizzano, perché è una questione di sicurezza nazionale”). Posizioni che non possono che portare a una reazione netta di Sinistra e Verdi: “Proposte irricevibili, le politiche di Calenda sul clima sono le stesse di Donald Trump“, attaccano Fratoianni e Bonelli. Non contento, il leader di Azione impone il suo niet anche all’ipotesi che il segretario dem sia il candidato premier della potenziale alleanza: “Bisogna tenere Draghi lì in qualsiasi modo possibile”.

Il dilemma di Calenda – Calenda ha chiarito che il suo bivio è tra entrare nell’alleanza anti-destre o correre da solo al centro: la riserva, ha annunciato, verrà sciolta lunedì. Ma i segnali delle ultime ore fanno pensare che il progetto di un patto col Pd sia sfilacciato. Domenica, infatti, l’ex ministro dello Sviluppo economico partorisce una raffica di tweet che sembrano un de profundis sul dialogo con Letta: “Agli elettori di Azione non possiamo chiedere di votare Di Maio, Bonelli (anti Ilva, termovalorizzatori e rigassificatori) e Fratoianni (che ha votato 55 volte la sfiducia a Draghi) nei collegi uninominali”, attacca. “Con +Europa abbiamo presentato un’agenda di Governo. Fratoianni e Bonelli non la condividono integralmente. Di Maio è la principale ragione per cui abbiamo specificato che ci impegniamo a candidare a posti di governo solo persone con solide competenze. Basta aperture ai 5S, basta raccattarsi i 5S. Chiarezza di contenuti e coraggio”, incalza, riferendosi alle voci che vorrebbero gli ex pentastellati Federico d’Incà e Davide Crippa candidati con i dem. E in chiusura si scaglia contro la proposta di Letta: “Ai diciottenni non serve una dote ma un’istruzione di qualità e meno tasse sul lavoro”.

L’opa dei renziani – Una rottura di cui è pronta ad approfittare Italia Viva: il partito di Matteo Renzi teme seriamente di restare fuori dall’alleanza di centrosinistra (Letta non ha mai superato del tutto le perplessità sull’ex rivale), perchè l’esclusione significherebbe non eleggere nessuno in Parlamento in caso di (probabile) non raggiungimento della soglia del 3%. Nelle ultime ore, però, fiutando il clima favorevole, i renziani hanno iniziato a lanciare in batteria la suggestione di un “terzo polo moderato” che li veda alleati (magari in una lista unica) ad Azione e +Europa. Il primo, sabato sera, è stato Ettore Rosato: “Credo che l’ipotesi #terzopolo al centro slegato dall’asse sovranista e dall’abbraccio Pd/Fratoianni sia la cosa migliore per tutti. Proviamoci!”, ha twittato. Il mattino dopo è stato il turno della ministra Elena Bonetti (“Uniamoci per essere insieme l’ago della bussola”) e di Maria Elena Boschi (“Meglio il terzo polo al centro”).

Gli scenari – Ma a “ufficializzare” la proposta – approfittando dell’assist involontario di Letta – ci ha pensato Renzi: “La sinistra apre la campagna elettorale candidando Di Maio e parlando di tasse. La destra di Salvini e Meloni la conosciamo: sovranisti e populisti. C’è un mondo che chiede di votare altro. Noi ci siamo #TerzoPolo“. Se il piano andasse in porto si aprirebbero praterie per uno spostamento dell’asse del Pd a sinistra, proprio il contrario di quello che sperava Letta. E forse – anche se al momento somiglia a fantapolitica – anche per il ritorno di un dialogo con il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte. È anche possibile, però, che Calenda torni a più miti consigli e le tensioni rientrino, magari con l’impegno di Letta a non candidare i leader invisi all’alleato nei collegi uninominali, dove rappresenterebbero tutta la coalizione, ma a piazzarli in posti sicuri nel proporzionale (come lo stesso Calenda farà con Gelmini e Carfagna). Anche perché +Europa, che ad Azione “presta” il simbolo per evitare la raccolta firme, è nettamente contraria a rompere col Pd. Tra poche ore ne sapremo di più.

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