Oggi Luigi Berlinguer compie 90 anni, un traguardo di tutto rispetto per un uomo di cultura il cui nome resterà ancorato a un tentativo di riforma della scuola liquidata sbrigativamente come “riforma dei cicli”, ma che segnò una svolta nella scuola italiana le cui conseguenze si possono registrare anche oggi. Come sempre in questi casi, luci e ombre. Fu lui – ministro dell’Istruzione del primo governo di Romano Prodi (poi Massimo D’Alema), dal 1996 al 2000 – a costruire architettura e presupposti per un cambiamento che nella sua sostanza non è mai avvenuto, ma che è servito anche a introdurre nella scuola italiana alcuni dei bachi che la stanno da vent’anni corrodendo dall’interno.

La riforma Berlinguer si componeva di due provvedimenti cardine, intorno ai quali si sarebbe dovuta articolare la nuova scuola del nostro paese: la legge quadro 10 febbraio 2000, n. 30 sul riordino dei cicli e dell’istruzione superiore, la legge 10 dicembre 1997, n. 425 di modifica dell’esame di maturità. Il Dm regolamento di attuazione verrà poi ritirato dalla neoministra Letizia Moratti quando Silvio Berlusconi rivinse le elezioni nel 2001. Nel 2003 sempre la Moratti le abrogherà entrambe sostituendole con la sua riforma, quella delle Tre I.

Tornando alla Riforma Berlinguer, via la suddivisione fra elementari, medie e superiori, a favore di un’articolazione per “cicli”: sette anni di ciclo primario o di base (dai 6 ai 13 anni) e cinque di ciclo secondario (dai 13 ai 18), con l’obbligo scolastico fissato a 15 anni, cioè al termine del secondo anno del ciclo secondario. Per chi non prosegue gli studi fino alla maturità, formazione professionale organizzata e gestita dalle regioni, fino alla maggiore età. In sostanza, il percorso scolastico tradizionale compresso in due ordini scolastici e accorciato di un anno; la maturità si sostiene a 18 anni, poi l’università per chi vuole e può. In pratica elementari e medie accorpate e ridotte da 8 a 7 anni, superiori divise in due bienni, il primo con molti insegnamenti comuni, il secondo più specifico e un anno finale con maturità a conclusione del percorso.

La terza importante gamba della riforma è quella dell’università con l’istituzione della “laurea a punti” (3 anni la breve più 2 anni la magistrale); la presentò nel 2000 l’allora ministro Zecchino, ma in totale coerenza con Berlinguer che ci aveva lavorato durante il periodo in cui era ministro sia dell’Istruzione che dell’Università. La riforma dell’università è andata avanti, quella della scuola è rimasta al palo, superata e annullata dalle due leggi Moratti, la 28 marzo 2003, n. 53 e la 4 novembre 2005, n. 230, che sono sostanzialmente in vigore anche oggi con le correzioni poi apportate dalla ministra Gelmini, quella del tunnel fra Svizzera e Abruzzo dove passano i neutrini.

La riforma Berlinguer fu davvero figlia del sentimento e della cultura del tempo: l’Italia era nel pieno dello slancio europeista generato dall’allora prossima introduzione dell’euro. La riforma della scuola veniva presentata come lo strumento necessario ad ammodernare la società, introducendo concetti e temi cari al pensiero neoliberale dilagante, quale l’aziendalizzazione del sapere (i crediti formativi, scuola/lavoro…, la valutazione competitiva dei docenti), la dipendenza delle scelte curricolari dai bisogni dell’industria, l’equiparazione fra scuola statale e paritaria, entrambe qualificate come scuola pubblica e poste sullo stesso piano.

La favola del “merito” prendeva il posto dei valori dell’integrazione, della sussidiarietà, della sperimentazione didattica ed educativa come strumento per far crescere la scuola e la società. Come se la scuola si riposizionasse tagliando gli estremi: ai più poveri un po’ di sostegno in una scuola senza sperimentazione, ai benestanti il sistema della scuola privata che diventava “paritaria”, equiparata alla statale. Anche il lessico si modificò a significare ciò che la scuola doveva diventare. Ad esempio, i “presidi” (colui che presiede, si suppone, una comunità di pensanti) e i “direttori didattici” (che dirigono la didattica) diventano “dirigenti scolastici” (riforma Bassanini 2000), inquadrati nei ruoli dirigenziali dello Stato e dotati di poteri e strumenti che stridono anche adesso con la gestione e cura di una comunità scolastica.

Già, l’Europa. Sembrava allora l’inizio di una vera e propria epoca nuova: la moneta unica europea avrebbe fatto da impalcatura alla nuova Ue, aprendo una stagione di riforme che avrebbero portato, se non alla realizzazione degli Stati Uniti d’Europa, certamente a una maggiore integrazione fra i paesi e le persone. Si faceva un gran parlare di esercito unico europeo e l’integrazione politica sembrava davvero dietro l’angolo, insieme con l’allargamento dell’Ue a cui Prodi, presidente della Commissione europea del 1999 al 2004, stava alacremente lavorando. La riforma Berlinguer venne presentata anche come un necessario adeguamento dell’istituzione scolastica agli ordinamenti prevalenti nell’Ue, a partire dall’età di accesso alle università per arrivare alla formalizzazione di una diversa scuola media, da tanti allora considerata l’anello più debole del sistema scolastico italiano.

Erano anche i tempi dell’euforia federalista e della necessità di mettere ordine nel sistema delle autonomie che era stato generato dalla riforma del titolo V della Costituzione (2001), voluta e promossa dal centrosinistra che si illudeva così di togliere terreno sotto i piedi alla Lega. Nel novero delle istituzioni alle quali era riconosciuta l’autonomia rientrava anche la scuola, che con i suoi Pof (Piani dell’offerta formativa), poi Ptof con l’aggiunta della territorialità, “consente di dare al servizio scolastico flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia e di realizzare l’integrazione e il miglior utilizzo delle risorse e delle strutture, anche attraverso l’introduzione e la diffusione di tecnologie innovative” (Miur). Così l’art. 21 della Bassanini (la stessa legge in virtù della quale le regioni del Centro Nord reclamano oggi un ampliamento delle materie di esclusiva competenza regionale) inquadrava la questione dell’autonomia scolastica, stabilendone i confini e individuando gli enti coinvolti specificandone le competenze.

Molti di questi aspetti finiranno per essere parte organica della Riforma Berlinguer, ad esempio la competenza regionale esclusiva in materia di formazione professionale – delegata alle agenzie dei privati a quelle di emanazione sindacale o confindustriale – e percorsi di avviamento al lavoro, con il consueto corollario di scandali e ruberie, fallimenti disastrosi, corsi fantasma.

Prima che la Moratti si occupasse di smantellare la Riforma Berlinguer, gli apprezzamenti positivi erano legati all’idea di una scuola nuova che sapeva farsi sintesi di approcci plurali, interagendo con la società e facendosi motore di iniziativa e programmazione educativa con le istituzioni territoriali, innanzitutto i Comuni. Si dubitava della consistenza organizzativa e culturale di scuole e imprese nel realizzare percorsi di alternanza scuola/lavoro che non fossero mero sfruttamento e la storia l’ha confermato. Apprezzata l’idea che l’obbligo formativo venisse portato a 18 anni (senza scrivere chiaramente se si trattasse di obbligo scolastico), assai meno la rinuncia a coniugare la riforma strutturale con una profonda revisione dei programmi, degli strumenti a disposizione degli allievi in difficoltà, dell’aggiornamento degli insegnanti, della loro valutazione e valorizzazione.

Criticatissima l’aziendalizzazione di un’istituzione che aveva dato il meglio di sé quando la cooperazione ne era il cardine, sostituita da una competizione fatta di voti, giudizi e profili che valutavano la prova e non il percorso; avversata la liceizzazione degli istituti tecnici, un attacco incomprensibile a una delle scuole cardine del sistema formativo italiano. Della formazione professionale, consegnata a privati e agenzie formative collegate ai corpi intermedi, molto si discusse anche allora: lo Stato si ritirava dalla gestione diretta di un settore che si rivolgeva alla popolazione più disagiata e che, nello stesso tempo, era stato il cardine del boom dell’industria italiana, preparando al lavoro figure operative che vi contribuirono in modo determinante. Di tutto questo e di molto altro si è quasi persa la memoria in questo vorticare di riforme mancate, dette e disdette, rabberciate e spesso consistenti in tagli mascherati da innovazione.

Il nome di Luigi Berlinguer nel mondo della scuola è associato indelebilmente a quel gran discutere di cosa dovesse diventare il sistema di istruzione che accompagnò l’iter della legge; forse l’ultima grande riflessione corale prima del trionfo del berlusconismo e dell’apatia complice che ne accompagnò i fasti, a destra come a sinistra. Una riflessione che portò in chiaro quanto potente fosse stato il bombardamento massiccio delle truppe berlusconiane. Capaci, anche in questo importante snodo, di dettare il nuovo sistema di valori dell’Italietta del Duemila, così indistinguibile da andare bene per la destra come per la sinistra.

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