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Non serve essere un sociologo per affermare che i social network come Facebook, Instagram e Twitter, per non dire di Tik-tok, hanno profondamente modificato il concetto di contatto sociale fra esseri umani. Favoriscono gli incontri virtuali con persone lontane con cui non ci si sente da anni, addirittura con compagni delle elementari di cui non si ricorda neanche il nome, ma è innegabile che, proprio grazie a questa forza, i social tendano anche a limitare la sana pratica dei rapporti personali. I contatti virtuali da un lato aprono al mondo, ma dall’altro non solo imprigionano in gabbie, ma aiutano gli utilizzatori a costruirla. Ed è innegabile che i social network siano anche un potentissimo strumento di promozione. Chi sa come usarli produce migliaia, centinaia di migliaia o milioni di fan, tanto da aver generato nuove professioni come quella dell’influencer. Con i social si promuove di tutto, dalle automobili ai film.

Era fisiologico, perciò, che uno strumento così dominante dovesse essere sfruttato anche dalla criminalità mafiosa, che ha preso a utilizzarlo per promuovere gli affari e ingigantire il proprio potere criminale con un proselitismo sempre più sfacciato e profondo. Attraverso i social network si condividono post e filmati di ispirazione mafiosa, grazie ai quali gli affiliati ostentano l’appartenenza all’organizzazione. Ma non solo. Attraverso queste piattaforme si pubblicizzano anche attività illegali e azioni di fuoco. E più un profilo è autorevole e credibile, più si alza la reputazione malavitosa del titolare.

Questa prassi è invalsa in particolare nei clan napoletani, gruppi per tradizione particolarmente inclini a mostrare ed esaltare la propria forza criminale, grazie alla quale fanno facilmente presa sui giovanissimi imponendosi come soggetti in grado di controllare il territorio e ottenere ciò che desiderano.
L’utilizzo dei social e delle piattaforme di messaggistica istantanea ha inciso su alcune categorie di delitti, quali ad esempio il traffico di stupefacenti. È sempre più raro trovare lo spacciatore nell’angolo buio della piazza, quando grazie a WhatsApp o Telegram i contatti possono essere gestiti online senza grossi problemi, e la droga la si consegna a domicilio. Oggi lo spacciatore somiglia sempre più a un rider che smista pacchi Amazon piuttosto che a un individuo losco che si nasconde. D’altronde, un cosiddetto Vip che assume cocaina non va certo in piazza a cercare il pusher, quindi la consegna a casa diventa il modello ideale per continuare a rifornirsi di stupefacenti. Attraverso i social anche i narcotrafficanti di livello alto riescono a raggiungere fasce di utilizzatori e reclutare manovalanza con numeri impensabili in passato.

Le mafie hanno ovviamente compreso che i social media, se gestiti in un certo modo, sono una vetrina eccellente per promuovere le attività criminali. I rampolli delle organizzazioni li usano per sfoggiare ricchezza, auto di lusso e armi da fuoco. Attraverso i social si organizzano anche omicidi. Per indicare un bersaglio su Facebook, tempo fa in alcuni post di gruppi statunitensi si taggava il profilo della vittima, e il killer sapeva chi eliminare.

Le piattaforme consentono anche di seguire i profili, veri o falsi, degli appartenenti alla malavita organizzata. Ad esempio, i “baby narcos”, discendenti dei trafficanti di droga che hanno ereditato la leadership delle organizzazioni criminali latinoamericane, amano ostentare in modo selvaggio la ricchezza e il potere circondandosi di Lamborghini, donne bellissime, ville maestose e soldi liquidi in quantità. Sono decisamente trash, ma nel mondo ci sono centinaia di migliaia di seguaci che sognano di imitarli e diventare come loro. Questa tendenza esiste anche nel nostro Paese, soprattutto fra gli appartenenti a clan mafiosi che creano proprie pagine web per indurre i più giovani ad affiliarsi.

Internet è utile pure per attingere informazioni su possibili vittime di rapine e intimidire gli avversari malavitosi o istituzionali. Per gestire al meglio queste attività “promozionali”, le organizzazioni criminali reclutano hacker professionisti. Questo interesse totalizzante delle mafie nei confronti del web ha un importante rovescio della medaglia. Infatti, se grazie a Internet esse possono aumentare il proprio potere, è anche vero che nello stesso modo lo Stato può attaccarle e impedire che la rete si trasformi in una potente arma brandita solo dal crimine organizzato.

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