Una donna, Elle: la sua voce sussurra, supplica, urla, balbetta per esprimere ira, malinconia, tristezza, eccitazione, dolore, rabbia. Un telefono: collega la donna all’amante ormai perduto. Il pubblico in sala: investito dalla marea di sentimenti ed emozioni di Elle, per 45′ minuti ascolta il monologo. Non ci sono altri personaggi in scena. Li intuiamo dalla voce della protagonista; anche il cane lo conosciamo da quanto lei dice. Questa è la struttura di una pièce teatrale, La voix humaine di Jean Cocteau (1889-1963), rappresentata la prima volta a Parigi nel 1930. Ritorna ora in libreria, col testo a fronte francese e italiano (Edizioni Ets, 184 pp, 17,10 euro). Lo ha curato Filippo Annunziata, giurista e raffinato cultore del melodramma, docente alla Bocconi e alla Statale di Milano. Firma anche la splendida Introduzione, che in gran parte verte sul rapporto fra tecnologia, società e teatro. Il volume esce in una collana intellettualmente chic, Canone teatrale europeo, diretta da Anna Barsotti e Annamaria Cascetta.

Il telefono compariva spesso nella produzione teatrale francese; Cocteau stesso lo definiva “l’accessorio banale delle pièces moderne”. In questo testo però l’autore ne fa un uso drammaturgico innovativo, giacché esso diventa un vero e proprio personaggio, e domina la scena assieme alla protagonista. Nella società del tempo il telefono è uno strumento tecnicamente poco affidabile. E infatti Elle inciampa in connessioni intermittenti, interferenze disturbanti, che interrompono la conversazione ed esasperano la sua angoscia: il telefono è dunque distruttivo per lo scambio amoroso, ma utilissimo ai fini teatrali perché aumenta a dismisura la tensione narrativa. Rappresenta un punto di contatto labilissimo fra la donna e l’amante: la tecnica consente il rapporto, ma lo mette di continuo in crisi.

Che il telefono non fosse un granché in Francia, lo si sa. Il suo primo uso commerciale risale al 1879, ma la diffusione fra la cittadinanza è lenta; rete e industria telefonica sono inadeguate. Si ammodernerà dopo la metà degli anni Venti, ma lo strumento continuerà ad essere appannaggio dei benestanti. Bassa la qualità del servizio: così nel 1926 esce una guida pratica per il corretto uso del telefono, per prevenire errori e conseguenti sprechi di tempo. I suggerimenti sono rivolti all’abbonato che riceva una comunicazione per sbaglio, ma anche alla centralinista: figura lavorativa oggi scomparsa, all’epoca non priva di una sottile carica seduttiva, talvolta perfino erotica. Si vuole anche salvaguardare la privacy: se ci si inserisce per errore nella conversazione tra due persone, si deve riagganciare subito e attendere un minuto prima di richiamare.

Il telefono del 1930 non è lo smartphone di oggi, è voluminoso e ha un cavo. La protagonista di Cocteau se lo arrotola attorno al collo, in un gioco perverso di eccitazione sessuale e desiderio di morte. In Italia, negli anni Trenta, esso diventa bianco per la gente che può, simboleggia benessere, ricchezza; e viene immortalato nel “cinema dei telefoni bianchi”. Sarà invece nero per la gente comune.

E a proposito di cinema, come dimenticare la versione filmica Una voce umana (1948) interpretata da Anna Magnani, regista Roberto Rossellini? Cocteau ne fu soddisfatto, gli piacque che ci si mantenesse fedeli al testo originale, sebbene fossero cassati i riferimenti alle interferenze di altri personaggi. Filippo Annunziata ricorda mirabili interpretazioni: Ingrid Bergman e il regista Ted Kotcheff (1966), Sophia Loren e Edoardo Ponti (2014). E poi ancora le tre rivisitazioni che ne ha fatte Pedro Almodóvar, dal 1987 al 2020. Ma anche il teatro d’opera si è appassionato per la pièce, in particolare con l’omonimo capolavoro di Francis Poulenc, La voix humaine, dato all’Opéra-Comique nel 1958. La protagonista fu Denise Duval, che instaurò un rapporto intellettuale stretto con il musicista, e in un certo senso contribuì alla felice composizione dell’atto unico. Poulenc indulge allo stile declamato, al parlato; e aggiunge il sottotitolo “tragédie lyrique”, connettendo questo moderno monologo alla tradizione operistica francese del Seicento, che tanta importanza assegnava al recitativo. Questa e tante altre cose ci racconta sapientemente Annunziata.

Lo sappiamo che la tecnologia, telefono compreso, modifica la società, il nostro modo di pensare, soffrire, gioire, vivere. Non è forse accaduto così con il computer, il microscopio, l’aereo, la tac? È sempre stato così. Storici insigni come Marc Bloch e Lynn White hanno dimostrato l’impatto esercitato dalla tecnica nel Medioevo. Un esempio è l’invenzione e l’introduzione della staffa: consentì al cavaliere di reggersi al cavallo con le sole gambe, e di usare la lancia con entrambe le mani. Sommando alla propria forza quella dell’animale, egli diventa quasi imbattibile; chi combatte a piedi soccombe. Da questa minuscola invenzione si sviluppò un sistema militare, la cavalleria: attorno ad essa nasceranno rituali, organizzazioni sociali, una cultura nuova. E nel nostro futuro? Di certo la tecnologia andrà avanti e ci trasformerà: in meglio, si spera. A meno che non sopraggiunga il conflitto che tutti i potenti del mondo (a parole) dicono di voler evitare, quello nucleare: allora chi sopravviverà dovrà ripartire dalle frecce e dalla zappa.

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